Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Reggio Emilia
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1946 e dintorni: la ricostruzione di Reggio Emilia
Resoconto del convegno del 28 aprile 2006

Proprio in questi giorni si avviano a compimento le celebrazioni di un anniversario fondamentale per la democrazia repubblicana in Italia. Sessanta anni fa, in una memorabile primavera, si tennero le prime libere elezioni nel nostro paese dall'avvento della dittatura fascista: in marzo quelle amministrative, ma soprattutto il 2 giugno, in contemporanea, il referendum istituzionale fra monarchia e repubblica e le elezioni per l'Assemblea costituente che avrebbe redatto la nuova carta costituzionale italiana in sostituzione del quasi centenario Statuto Albertino. Il primo vero anno di pace, interamente dedicato alla ricostruzione economica, sociale e morale della penisola, è stato oggetto di un convegno organizzato il 28 aprile da Istoreco e ospitato presso la Camera del Lavoro Territoriale cittadina.

Perchè organizzare un evento simile?
Certo perchè l'anniversario meritava un approfondimento, ma anche perchè ormai i primi anni del dopoguerra non possono più essere considerati attualità o cronaca, bensì storia. Il nome stesso dell'ente organizzatore, dove accanto al nome della Resistenza vi è anche quello della storia contemporanea, sottolinea ormai da diversi anni l'esigenza di ampliare il campo degli studi anche a quegli anni che hanno visto nascere e prosperare la Repubblica sorta dalla guerra di Liberazione.
L'esigenza prioritaria per chi volesse cimentarsi in questi studi post resistenziali era la conoscenza delle fonti disponibili.
Le prime esposizioni proposte dagli intervenuti sono state incentrate proprio sullo stato delle conoscenze delle fonti oggi a disposizione in Emilia Romagna. Non solo a Reggio Emilia quindi, ma anche nelle province limitrofe, poichè, del resto, limitare geograficamente in modo netto le ricerche sul dopoguerra alla nostra provincia, senza gettare neppure un breve sguardo su quanto accadeva a Parma, Modena o Bologna potrebbe precludere importanti sviluppi sugli studi storici del periodo.

E quali sono le fonti storiche disponibili nella nostra regione, dunque?
A tale domanda hanno cercato di dare risposta Giovanni Taurasi per quando riguarda Modena, Mauro Maggiorani per la ricostruzione nel bolognese e Marco Minardi per Parma.
Per la provincia posta ad oriente del Secchia sono stati ricordati gli ampi studi svolti in passato, in particolare negli anni successivi al cinquantenario della Liberazione. I lavori svolti in quell'occasione hanno consentito di esaminare più da vicino, ad esempio, le composizioni dei due schieramenti contrapposti nella guerra fredda e che a Modena, come in buona parte della regione, vedevano i rapporti di forza fra PCI (Fronte nazionale) e DC invertiti rispetto al trend nazionale.
Fra le cose non sufficientemente note della contrapposizione est/ovest a Modena c'è che, a differenza di quanto accaduto nella vicina Reggio Emilia, non è stata statica per i successivi decenni, ma è mutata più volte in seguito alle varie tornate elettorali.
Una mancanza avvertita negli studi del periodo della ricostruzione è stata la disponibilità delle carte dei Comitati di liberazione nazionale, depositate presso l'Archivio di Stato modenese. Lo studio del fondo del CLN potrebbe offrire risposte a domande a lungo disattese. Taurasi ha indicato quali possono essere i nuovi campi di ricerca aperti a studiosi ed appassionati in questo specifico campo d'intervento: l'epurazione; la formazione e composizione dei CLN, non solo a livello provinciale, ma anche nei comuni, nelle frazioni e nelle aziende così da conoscere finalmente chi ne erano i membri e da quali esperienze politiche e sociali provenivano; le decisioni prese dai comitati in materia di ricostruzione e quali spazi di autonomia avessero (o quanto invece fossero semplici emanazioni dei veri organi decisionali quali ad esempio i partiti, ma non va sottovalutata la presenza per i primi cento giorni di pace dell'Allied military government).
Per quanto riguarda l'epurazione è certamente noto, a livello nazionale, il suo sostanziale fallimento nell'estirpare la presenza fascista dai gangli della vita pubblica italiana (su tutti l'esempio della Pubblica sicurezza), mentre a livello locale raramente si è proceduto con studi articolati ed approfonditi sull'attività delle varie commissioni per l'epurazione e persino sulle Corti d'Assise straordinarie.
Un altro tipo di fonte, individuata nel bolognese, ma estendibile anche alle altre province, cosa che del resto vale per tutte le fonti qui indicate,  l'archivio del Genio civile e la serie Danni bellici, dell'archivio storico della provincia felsinea. Un altro importante fondo documentario da non sottovalutare è quello del Provveditorato regionale alle Opere pubbliche. Tali fonti sono ottimi punti di partenza per analizzare la ricostruzione post bellica per quanto riguarda l'organizzazione generale del territorio: ad esempio il sistema di canali e fiumi o le grandi opere infrastrutturali quale il sistema viario.
Analizzando più da vicino il territorio reggiano si sono scelti alcuni casi emblematici per mostrare al pubblico quanto ancora rimane da fare per lo studio della ricostruzione, di quel periodo felicemente sintetizzato con la formula de "il mattone della concordia". E' necessario premettere che anche a Reggio Emilia molte fonti rimangono tutt'ora inedite o addirittura ignorate. Mi riferisco ad esempio all'archivio storico della Provincia, all'archivio di Stato, oppure a quello, importantissimo per lo studio anche di altre epoche e di altri campi di ricerca rispetto alla storia locale, dei consorzi di bonifica; non vanno dimenticati poi gli archivi storici dei vari comuni la cui consultazione è spesso problematica anche per un esperto. Mancano poi, pressochè completamente, i fondi documentali dei partiti politici e delle grandi aziende reggiane (dispersi o comunque non consultabili al momento), mentre sono da poco fruibili al pubblico quelli dei principali sindacati: CISL e CGIL.

Che cosa vi è dunque a disposizione?
Presso il Polo archivistico del comune di Reggio Emilia, attivo dal 2002 e gestito da personale Istoreco, sono stati concentrati serie di documenti provenienti dai più diversi archivi locali dell'800 e del 900 che mettono a disposizione di studiosi ed appassionati le fonti indispensabili per conoscere meglio il periodo della ricostruzione (e anche di altre epoche). Archivi storici di enti pubblici quali Comune di Reggio Emilia, CGIL, CISL, UDI, CIF, Federcoop e naturalmente Istoreco, ma anche carteggi privati come quello del professor Corrado Corghi e della fabbrica di Spazzole Agazzani (la più antica della città). Di grande importanza vi è poi il sito web "Albi della memoria", gestito da Istoreco nella persona di Amos Conti, grazie al quale è stato allestito un vasto database dei caduti reggiani in tutte le guerre italiane. Dai moti carbonari del Risorgimento alla Liberazione il database comprende ormai oltre ventimila nominativi, non solo dei morti in guerra, ma anche dei deportati civili e militari nei campi di concentramento nazisti, dei perseguitati politici antifascisti e degli insigniti di decorazioni e onorificenze dello Stato.
Partendo da questa premessa è stato possibile illustrare alcuni aspetti della vita reggiana poco noti, rispetto ad altri affrontati in precedenza, dando quindi il via all'ampliamento delle conoscenze degli anni a cavallo fra la Liberazione e le elezioni del 1948.
Sono ben noti ad esempio i numerosi episodi di violenza politica perpetrati a Reggio Emilia nei primi mesi successivi al 25 aprile. Meno nota è l'ntensa attività della criminalità comune. Fabrizio Solieri, con un certosino lavoro di spoglio dei quotidiani locali, ha analizzato proprio questo fenomeno, riportando alla luce casi di cronaca nera oggi dimenticati, ma che sessanta anni or sono costituirono un pressante impegno per le forze dell'ordine. Sono stati individuati tre grandi tipi di reati legati alle congiunture economiche e politiche del tempo: alimentari, crimini legati all'assuefazione alla violenza (e all'incredibile quantità di armi in circolazione), e infine quelli derivanti dal mancato riconoscimento delle nuove autorità di pubblica sicurezza insediate nei mesi successivi alla Liberazione.
Analizziamoli più da vicino. La penuria di cibo e il mercato nero non sparirono certamente d'incanto all'indomani del 25 aprile, tanto che si formarono in breve tempo delle bande specializzate in furti di cibi da piazzare illegalmente sul mercato. Famosa divenne la banda del formaggio con un'organizzazione internazionale, poichè composta da disertori alleati (soprattutto inglesi), ex soldati tedeschi e italiani; operava principalmente nella bassa fra Reggio e Modena. L'assuefazione alla violenza derivava dai cinque lunghi anni di guerra, dei quali gli ultimi due vissuti direttamente sulla propria pelle anche dalla popolazione civile, che aveva portato ad una sorta di indifferenza alla violenza. Indifferenza intesa come una generale tendenza a dirimere ogni questione quotidiana attraverso lo scontro fisico. Una situazione favorita anche dall'incredibile quantità di armi in circolazione e dalle numerose forze di polizia presenti sul territorio (Questura, Carabinieri, Polizia partigiana, polizia economica, polizia alleata e polizia municipale, quest'ultima la più detestata dai cittadini, come ricorda Solieri); numerose nel senso delle autorità competenti, ma decisamente scarse nel numero degli effettivi impegnati e non di rado assolutamente malviste dalla popolazione. Più di una volta i carabinieri hanno subito aggressioni da parte della popolazione mano a mano che sostituivano i partigiani nelle loro vecchie stazioni. Altri due fattori sono stati messi in evidenza: l'irrompere nelle cronache delle donne non più solo come vittime di crimini, ma anche come autrici degli stessi e la presenza in città di numerosi profughi stranieri. Fonte questa di numerose risse, causate soprattutto da polacchi (ex soldati delle forze alleate ovviamente impossibilitati a rimpatriare).
Altri eventi, non propriamente classificabili come reati, ma ugualmente pericolosi e sanguinosi, hanno caratterizzato i primi dodici, diciotto mesi di ricostruzione: gli incidenti stradali, numerosissimi e spesso mortali, causati da una totale indisciplina automobilistica soprattutto da parte dei soldati alleati e i morti causati dall'esplosione accidentale di residuati bellici. Famigerato divenne l'episodio di Casola di Viano l'8 dicembre 1945. Una bomba da aereo inesplosa era rimasta nel giardino di una casa contadina sin dal settembre 1944. Un improvvisato artificiere s'incaricò di prelevarla e disinnescarla; assiepati attorno a lui un gruppetto di abitanti di Casola assisteva all'operazione. La conseguenza era quasi inevitabile: lo sciagurato artigiano non riuscì a disinnescare l'ordigno che deflagrò in mezzo agli spettatori. Dieci persone, fra i quali quattro bambini e tre adolescenti , furono ridotti a brandelli dall'esplosione. La morte di un contadino intento a disbrigare le sue faccende a trenta metri di distanza dalla bomba, più che sufficiente a spiegare la devastante potenza della detonazione.
Vero inedito di quegli anni è stato l'ingresso delle donne nella politica e nella società. Sin durante la guerra erano sorte delle organizzazioni femminili con organi di stampa propri quali i Gruppi di difesa delle donne con il giornale "Noi donne" e il Centro italiano femminile.
L'intervento sull'associazionismo femminile reggiano, curato da Federica Menabue, è servito a fare il punto sull'attività di UDI (Unione donne italiane, subentrata ai GDD) e CIF nella seconda metà degli anni quaranta. L'inevitabile distinzione ideologica (di sinistra l'UDI, cattolica il CIF) non ha impedito alle due organizzazioni di prestare la loro opera di soccorso, a volte unendo anche le forze per meglio raggiungere i propri obiettivi. Ad esempio durante il primo inverno del dopoguerra il Prefetto di Reggio Emilia aveva creato un Comitato di assistenza invernale con il compito di selezionare le famiglie più bisognose di aiuti economici fra le innumerevoli richieste (i disoccupati in provincia erano decine di migliaia), per poi passare alla distribuzione dei fondi a disposizione. Questo compito venne affidato congiuntamente all'UDI e al CIF e il lavoro fu svolto assieme, fianco a fianco, visitando i quartieri più poveri della città stremata dalla guerra. Le due associazioni svilupparono con forza le loro iniziative rivolte sia all'emancipazione sociale delle donne, sia all'assistenza all'infanzia con la creazione degli asili e la gestione delle colonie estive. Particolarmente intensa è stata l'attività di recupero fisico e psichico dei bambini scioccati dalla guerra.
Il nuovo ruolo delle donne è stato preso in esame anche da Elisabetta Salvini che ha parlato del lungo "maternage" delle donne reggiane. In particolare la volontà delle donne di impegnarsi non più solo in famiglia, ma anche nella società, per dare il loro contributo alla ricostruzione del paese. grazie alla loro azione verso i reduci, verso l'infanzia, verso gli orfani e le vittime di guerra, che alle donne viene infine riconosciuto di fatto un ruolo di primo piano nella società italiana. Un "maternage" che viene comunque ritenuto indispensabile perchè a metà della popolazione italiana venga infine riconosciuto il giusto diritto alla cittadinanza attiva. L'assistenza e la lotta per l'emancipazione, "il lavoro di produzione e quello di cura, sono parti integranti di un unico processo politico e sociale intrapreso dalle donne per diventare, anch'esse, protagoniste del nostro paese".
Non poteva mancare un esame, sia pur frettoloso, sullo stato dell'economia nel primo anno di pace, nè sarebbe stato possibile farlo prescindendo dallo stato di salute (ma sarebbe meglio dire di malattia) delle Officine Reggiane. Nel 1945-46 venne preparata ed attuata la riconversione e ristrutturazione dell'azienda, ma la direzione era spaccata a metà tra chi voleva continuare a costruire aerei e chi voleva tornare alle vecchie produzioni precedenti all'ingresso nel gruppo Caproni.
Da una parte stavano gli aviatori con il direttore generale Alessio, gli ingg. Longhi, Pegna, Piani, tutti arrivati in via Agosti dalla metà degli anni trenta in avanti, per seguire il settore avio; dall'altra i ferrovieri con Vischi, il suo successore Flores D'Arcais, Ferruccio Bellelli, Toniolo, Corinaldesi, forse lo stesso presidente Franco Ratti. Tutti, o quasi, con l'intera carriera professionale alle Officine, molto legati alla tradizione dell'azienda e all'ex direttore Degola, morto nel 1941.
Il licenziamento di Alessio, l'omicidio di Vischi, l'abbandono definitivo delle ambizioni aviatorie e l'irrompere sulla scena del CLN (presieduto per alcune settimane da Domenico Piani) che si sostituì di fatto agli aviatori nella contesa, si susseguirono e s'intrecciarono l'un l'altro senza soluzione di continuità. Il risultato finale è noto a tutti: la chiusura del reparto Avio e il ritorno delle OMI nelle mani dell'IRI, come prima del 1935. Quel che ne seguì non fu che una lunga agonia il cui risultato fu deciso inconsciamente e indirettamente con le prime decisioni adottate nel dopoguerra.

Michele Bellelli


Il convegno è stato promosso da Istoreco, dal Comune di Reggio Emilia (Assessorato alla Cultura) e dalla Provincia di Reggio Emilia.

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