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James Cavazzoni nella testimonianza del fratello Dante

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa testimonianza inedita di Dante Cavazzoni, classe 1917, ex partigiano della 76.a Brigata SAP, sul fratello James, uno dei 23 fucilati nelle stragi fasciste di Villa Sesso (17, 20 e 21 dicembre 1944).
James Cavazzoni aveva 24 anni.

Mio fratello James fu fucilato assieme a quattro altri giovani di Castelnuovo Sotto e Gattatico che la mattina del 21 dicembre 1944 passavano per Villa Sesso [Dino Ferrari, Alfredo Orioli, Luigi Lusetti, di Castelnuovo , Pierino Soliani, di Gattatico]. Furono fermati dai militi della brigata nera, portati nella sede del fascio della villa stessa, accusati di essere dei renitenti alla chiamata alle armi, quindi di essere dei disertori. Nella giornata precedente a Sesso erano state fucilate quindici persone [tra cui i Manfredi e i Miselli] per rappresaglia, ma secondo i fascisti ne mancavano altri cinque per completare l’opera.
Quando fu catturato mio fratello aveva con sé il certificato di convalescenza illimitata rilasciata dall’ospedale militare di Napoli per una grave forma di malaria contratta da James sul fronte di El Alamein. Infatti era stato chiamato alle armi per la leva nella prima decade del settembre 1940. Arruolato nel 1° Reggimento cavalleria a Pinerolo, dopo un mese di istruzione era stato assegnato al corso di radiotelegrafista sulle autoblindo. Promosso a pieni voti, nella primavera 1941 venne destinato al fronte africano. Fu in prima linea, nella zona di El Alamein, per quasi un intero anno.
Io e mio fratello eravamo in continua corrispondenza. Nel mese di maggio 1942 mi scrisse che durante un’azione per saggiare la resistenza degli inglesi la sua autoblindo era stata colpita dai britannici. Di quattro occupanti il mezzo, due erano rimasti leggermente feriti, lui e il quarto illesi. L’autoblindo era stata colpita sulla fiancata sinistra e la radio era stata messa fuori uso. Nell’immediato i quattro soldati si scavarono una buca nella sabbia per nascondersi. Alla sera si accamparono in un’oasi distante una cinquantina di metri e vi rimasero per tre giorni. Al quarto, era mattina presto, vennero rintracciati e portati in salvo. Pochi giorni dopo James ebbe una febbre altissima. I medici decisero di mandarlo a Napoli data la gravità della malaria che aveva contratto.
Infatti a metà luglio ’42 mi scrisse che si trovava all’ospedale militare di Napoli, con altri soldati rientrati dal fronte.
Io, che ero stato chiamato alle armi il 10 settembre 1941, ero stato inviato al 1° Reggimento Pontieri di stanza a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Napoli. Avendo contratto un’otite purulenta, andai ad una nuova visita medica, il 13 agosto ’42, nello stesso Ospedale dove si trovava mio fratello, che incontro e che mi dice che forse gli daranno una licenza illimitata. Quando è il mio turno per la visita, il colonnello medico, che già mi aveva visto un’altra volta, mi chiese di che classe fossi: del ’17, gli risposi. Verificato che ero proprio del ’17, con mia grande sorpresa mi disse: "Ti faccio sedentario, sei contento?" Io risposi di sì e lo ringraziai. Il mattino del 14 agosto mi consegnano la base di rientro con esito di destinazione al servizio sedentario. Invece di andare direttamente al corpo, torno da mio fratello che immediatamente mi comunica:”Ho la licenza in tasca!”. Allora, visto il caso fortunato, decido di accompagnarlo a casa. Alla sera prendemmo la tradotta militare e partimmo assieme. Alle 7 del mattino successivo eravamo a Reggio. Alle 8 prendemmo la corriera diretta a Guastalla e che passa a 30 metri da casa nostra, in quel di Cadelbosco. Quando l’autobus si ferma e noi scendiamo, nostra madre sta proprio uscendo dal ponte di casa: si mette a gridare e a chiamarci per nome. Così, dopo gli abbracci, il papà mi riportò in stazione con la bicicletta. Prendo il treno e riparto per Napoli, così alla sera arrivo al reparto.
Questo per i precedenti. Ma torniamo ai tragici eventi del dicembre ’44. La sera del 20 James, venuto a conoscenza delle uccisioni compiute dai fascisti, venne a trovarmi nella casa di Villa Sesso dove ero sfollato, in Via Beretta, per vedere se mi fosse successo qualcosa, dato che ben sapeva che io facevo parte del distaccamento SAP locale. Quando mi vide ebbe espressioni di sollievo perché ero sano e salvo.
La mattina del 21 dicembre, alle 8 circa, la gente passava voce che la brigata nera era di nuovo sul posto per rastrellare. A quel punto noi giovani “non in regola”, ci incontrammo per ragionare sul da farsi. Decidemmo di attraversare i campi e raggiungere il Canalazzo per potere, non visti, controllare la situazione. Improvvisamente, tra le ore 9 e le 10, sentimmo il crepitio dei mitra. Di colpo fu come se io stesso ricevessi quei colpi. Tuttavia non pensavo lontanamente che sotto quei colpi ci fosse anche mio fratello. Ma nel pomeriggio arrivò in bicicletta mia sorella Odetta e mi informò della tragedia che ci aveva colpito.



Una documentata ricostruzione di quelle tragiche vicende in A. Zambonelli, Cronaca da una guerra civile. L’eccidio di Villa Sesso, in “Ricerche storiche”, n.74/75, dicembre 1994

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