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L’attacco nazifascista al distaccamento “Orlandini” a Bosco delle tane.

8 settembre 1944

 

L'8 settembre 1944 i nazifascisti attaccarono a sorpresa un distaccamento garibaldino a Bosco delle Tane, nei pressi di Casina. i partigiani si sbandarono sfuggendo al massacro. Due caddero sul posto (Agostino Casotti Tarzan, e Afro Rinaldi Nessuno). Altri due, tra cui il comandante, Dino Meglioli Giuda (decorato di Medaglia d’Argento alla memoria), caddero prigionieri e fucilati a Pantano (Carpineti).

 

 

Il ricordo della strage di Vado Rabotti (pubblicato sul notiziario ANPI n 8/2004)

C'eravamo volontariamente arruolati da pochi giorni per sfuggire alla cattura dei tedeschi e alla sicura deportazione nei campi di concentramento in Germania... I nostri organizzatori, dotati di grande esperienza nella lotta clandestina, fissarono l'ora e il luogo in cui avremmo dovuto trovarci. Dovevamo essere poco più di venti. L'incontro avvenne di notte e nel massimo silenzio. Partimmo da casa con il cuore in gola e con in corpo tanta paura...
Qualcuno era ancora tanto giovane e mancava della più elementare esperienza, sia nell'uso delle armi sia nella tattica della lotta armata...
Lasciammo il paese alle 2 di notte e ci dirigemmo verso la montagna. Durante il viaggio non incontrammo difficoltà. A sera giungemmo alla Fagiola, località nel comune di Villa Minozzo, situata molto in alto. Là, fummo presi in forza da un ufficiale inglese... Il suo "ufficio", allestito in una baita, era dotato di apparecchio radio ricetrasmittente di cui si serviva molto spesso per comunicare con il comando della V armata americana, dislocata e impegnata nella zona del versante tirrenico.
Dopo una sosta di pochi giorni, ricevemmo in dotazione armi automatiche individuali e collettive, bombe a mano e tantissime munizioni, sotto il cui peso si contorcevano tre grossi muli.


Dino Meglioli ricevette l'incarico di comandante del distaccamento, Effimero Cassinadri di vice comandante e Vasco Rinaldi quello di commissario. Espletate tutte le formalità eravamo pronti per iniziare la nostra attività, ritenuta da tutti, difficile e assai rischiosa. Per far ciò era necessario trasferirsi in un luogo adatto e favorevole alla nostra incolumità. D'accordo con l'ufficiale inglese, fu scelto il Monte delle Tane, da cui si poteva osservare in distanza, ogni eventuale movimento delle truppe nemiche. Il trasferimento dalla Fagiola si compì in due notti, passando per Costabona, Cerrè Marabino, dove sostammo un' intera giornata, sul Monte Fosola, dove avvenne la seconda sosta, il Castello di Carpineti e Onfiano. Scendendo dal Castello di Carpineti verso valle, potemmo osservare un pauroso incendio che si era sviluppato a Cigarello e aveva investito molte case. I tedeschi, non so per quale motivo, avevano, forse, voluto compiere un atto di rappresaglia contro gli abitanti di quel borgo.
Stanchi, affamati e inzuppati dall'acqua di un improvviso temporale scatenatosi durante la notte, giungemmo a destinazione. Arrivammo in questo luogo - dove oggi ci ritroviamo per rivivere idealmente quei giorni infausti, gli ultimi che vissero i nostri cari amici scomparsi.
Dalla radura su cui ci eravamo sistemati, partivano ogni giorno gruppi di tre o quattro uomini armati e si trasferivano in postazioni nascoste lungo la SS 63, per assalire allo improvviso i contingenti dell'esercito tedesco in transito... Sembrava che tutto filasse liscio e che gli eventi giocassero a nostro favore. Avevamo in parte scacciato la paura, convinti che presto sarebbe finita la guerra ed ognuno sarebbe ritornato alla propria casa...


Purtroppo le cose non andarono così. La mattina del giorno 8 settembre di sessant'anni fa, fummo improvvisamente accerchiati su tre lati e assaliti da un grosso contingente di forze naziste, appartenenti ai reparti d'assalto delle SS di stanza a Pantano di Carpineti.
Il comandante Guida [Dino Meglioli], fu il primo a dare l'allarme. Lo vidi imbracciare di scatto il parabellum automatico, che aveva avuto in dotazione e che mai abbandonava, ma non fece in tempo a sparare. Una raffica lo colpì alle gambe e non fu più in grado di rialzarsi. Insieme al 17enne Domenico Casali, che aveva alzato le mani in segno di resa, fu catturato ed entrambi furono trasferiti a Pantano.


Fu per tutti un momento di panico e di disperazione. L'intero distaccamento, che era stato colto di sorpresa, trovandosi ormai nell'impossibilità di organizzare qualsiasi resistenza, subì lo sbandamento totale. Ognuno cercò la propria salvezza in una fuga disperata e inseguiti dal nemico che gridava ad alta voce "Urrà! urrà!" fuggimmo in direzione nord, dove ancora un varco rimaneva aperto. Una fitta grandinata di pallottole arrivava da tutte le direzioni. Alcuni miei compagni e io cercammo scampo tuffandoci per terra al riparo di grosse piante. La nostra cattura sembrava ormai inevitabile. Gli aguzzini erano a pochi passi. Mi alzai di scatto invitando Afro Rinaldi, che si trovava al mio fianco, a fare altrettanto. Ma una raffica di mitra, sparata da breve distanza, colpì entrambi. Il mio braccio destro era stato trapassato da parte a parte da una pallottola e subito ebbi l'impressione di averlo perso completamente.
Afro Rinaldi, non riuscì a pronunciare nemmeno una parola. Colpito alla nuca emise un accorato lamento, poi, agonizzante, cadde riverso a terra.


Agostino Casotti, che si trovava a pochi passi davanti a noi, si girò all'indietro forse nel disperato tentativo di soccorrere il suo amico mortalmente ferito, ma fu a sua volta colpito alle gambe e accasciatosi per terra vi rimase esanime ad attendere il suo amaro destino. lo, più fortunato di loro, riuscii a fuggire attraverso il bosco a sottrarmi alla vista degli inseguitori. Trovai la salvezza in un provvidenziale nascondiglio, in mezzo a un fitto cespuglio di vitalbe, da cui potevo osservare senza essere scorto, molti soldati tedeschi impegnati in un'affannosa operazione di rastrellamento.


Per scovare eventuali partigiani nascosti nel bosco, facevano esplodere di tanto in tanto delle bombe a mano e sparavano nei fitti cespugli lunghe raffiche di mitra. Riuscii, più tardi, ad allontanarmi da quel luogo, pensando che tutto ormai fosse finito. Stremato per il molto sangue perduto, non riuscendo a reggerrmi in piedi, raggiunsi carponi la sommità del colle opposto in cui, poche ore prima, si era svolta la battaglia. Nuovamente avvistato dal nemico, che non se ne era ancora andato, fui fatto segno di alcune raffiche andate, per mia fortuna, a vuoto. Ruzzolai giù per una balza e tra mille difficoltà raggiunsi Ammana, dove in una piccola casa solitaria, lungo la strada provinciale Regnano-Casina, viveva sola un'anziana signora: la Rosina.


Ella, pur sapendo del rischio cui andava incontro per aver ospitato un partigiano, mi coricò sul suo letto, mi prestò le prime cure e, tramite una signora di passaggio, riuscì ad invitare il compianto dott. Gabbi a farmi visita. Seppi da lui, reduce dal luogo della strage - colà chiamato dai tedeschi per il riconoscimento delle vittime - che Afro Rinaldi aveva trovato morte istantanea, ma era stato ripetutamente colpito al volto da colpi di arma da fuoco sparatigli a bruciapelo, mentre Agostino Casotti, ferito alle gambe, portava sul volto parecchie ustioni provocate da colpi di rivoltella sparati da brevissima distanza. Ad entrambi, era poi stata legata la loro cintola al collo e trascinati giù per il bosco. Dino e Domenico furono condotti a Pantano, dove aveva sede il comando tedesco. Furono tenuti in vita per una decina di giorni, durante i quali subirono ogni forma di sevizie e di torture. Furono poi barbaramente trucidati: Dino Meglioli il 15 settembre, Domenico Casali il giorno successivo.

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