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Gianetto Patacini, un protagonista del modello emiliano




A cura di Glauco Bertani

Glauco Bertani (a cura di) «Gianetto Patacini, un protagonista del modello emiliano», Consulta, 2012
In libreria a 15 euro




Prefazione di Pier Luigi Bersani

Nel 1980 sono stato eletto in Consiglio regionale e poi sono entrato nella Giunta regionale, guidata da Lanfranco Turci. Lì ho avuto l’occasione di conoscere da vicino Gianetto Patacini. Mai avrei potuto immaginare che dopo due anni sarebbe scomparso improvvisamente e che sarebbe toccato proprio a me, giovane assessore regionale ai Servizi sociali, sostituirlo nell’assessorato alla Scuola e alla Formazione professionale (ai Servizi sociali mi sostituì Riccarda Nicolini, che ci ha lasciato alcuni anni fa) e portare a termine un importante provvedimento, da Patacini impostato, come fu la legge regionale sul diritto allo studio. Né avrei immaginato di commemorarlo, dopo dieci anni dalla scomparsa, in qualità di segretario regionale del PDS, in un’iniziativa che organizzò in sua memoria il partito di Reggio Emilia.

Gianetto Patacini è stato un dirigente importante del PCI. Non possiamo dire se avrebbe aderito al PDS e poi ai DS, né se oggi lo avremmo al nostro fianco nel Partito Democratico. Io, per come l’ho conosciuto, penso di sì. Ma certamente possiamo dire due cose. Il Partito Democratico è nato con l’ambizione di unire le forze riformiste e di esprimere il riformismo del presente e del futuro. Gianetto Patacini fu una di quelle figure che maggiormente incarnò il riformismo emiliano nel PCI.

Gianetto Patacini, pertanto, è certamente un punto di riferimento nella nostra storia, come testimoniano la sua vita, la forza, il modo in cui ha affrontato la lunga stagione del suo impegno politico. Iscritto al PCI dal 1943, partecipa giovanissimo alla lotta di resistenza, a soli 24 anni viene eletto sindaco del Comune di San Martino in Rio, dove si era stabilita la sua famiglia.

In tempi di polemiche sui condizionamenti con cui lo Stato centrale imbriglia gli enti locali, è giusto ricordare la denuncia di vilipendio alle istituzioni ricevuta da Patacini in quegli anni in seguito ad un discorso pubblico molto critico nei confronti degli organi di controllo prefettizi.

I risultati del suo lavoro come sindaco lo proiettano nell'incarico di consigliere e amministratore provinciale, ente nel quale sarà per molti anni vicepresidente e assessore. Siamo alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta, stagione di crescita economica e di suggestioni programmatorie. A Roma i temi della programmazione economica, sollecitata dalla parte più avanzata del Partito socialista, non riescono ad affermarsi e il centro-sinistra perde ben presto gli orizzonti riformisti. Invece a Reggio e in Emilia Romagna le cose si muovono con risultati ben diversi.

«Gli Enti Locali devono collocarsi al centro dell'iniziativa di programmazione, in quanto organi rappresentativi della volontà popolare» afferma Patacini. Sono gli anni del decentramento scolastico, della politica delle aree industriali e artigianali, della nascita di un servizio pubblico dei trasporti e lo sviluppo di una viabilità provinciale molto attenta alle realtà più svantaggiate; e, ancora, dell'uso plurimo delle acque e dell'attenzione per i temi del Po e della sua navigabilità, del credito alle piccole e medie imprese, della democratizzazione del San Lazzaro con l'avvio di un’esperienza psichiatrica moderna.

Sono gli anni dell'istituzione dei comprensori, sedi volontarie di elaborazione programmatica, del Comitato provinciale della programmazione, sede di confronto tra enti locali e categorie economiche e sociali.

Al fianco di Patacini vi furono personalità politiche come Ugo Benassi e uomini di culture diverse come l’architetto Osvaldo Piacentini e lo staff della Cooperativa architetti.

Patacini era un uomo concreto e nel contempo dal vasto respiro politico e ideale. Ecco come parlava della programmazione: «deve consistere nel soddisfacimento delle esigenze sociali, perché l'uomo è il soggetto primario della programmazione, perché è l'economia che deve essere al servizio dell'uomo e non l'uomo al servizio degli indici di sviluppo».

Una concretezza dunque che elimina ideologismi e salva idealità, il rigore morale, un'idealità e un rigore che dobbiamo recuperare in questa difficile stagione della politica.

Una stagione in cui, dopo il decennio berlusconiano, abbiamo di fronte a noi il compito di operare ancora per salvare l’Italia dal fallimento e allo stesso tempo impostare la ricostruzione economica e democratica del Paese.

In questo senso l’eredità di uomini come Gianetto Patacini sarà di stimolo e di aiuto per una forza riformista e di governo come il Partito Democratico.
 


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