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In ricordo di Renzo Bonazzi



Renzo Bonazzi e il ’68 a Reggio Emilia Note da una intervista

a cura di Lorenzo Capitani
(«RS-Ricerche Storiche» n. 110/2010),

Un breve profilo 
L’avvocato Renzo Bonazzi è morto il 1° aprile 2010, all’età di 85 anni. Sindaco di Reggio dal 1962 al 1976, è stato, poi, eletto senatore per due legislature nelle liste del pci, di cui è stato dirigente provinciale. Ha aderito poi al pds, ai ds e infine al pd. Subentrò al sindaco Campioli nel 1962 e seguì l’iter processuale e le conseguenti vicende politiche dei fatti relativi al luglio 1960. Bonazzi è stato un sindaco molto apprezzato.
Uomo di cultura e di grande apertura intellettuale, è stato tra i fondatori del Circolo del cinema e della cultura negli anni Cinquanta. Il suo lavoro ha fatto crescere un’intera generazioni di intellettuali.
Ricordiamo anche che era membro del Comitato direttivo di Istoreco e di molti altri sodalizi culturali e politici.

Istoreco si sente impegnato a promuovere iniziative nel prossimo futuro per valorizzare il lavoro di Renzo Bonazzi, una tra le personalità più stimate e ascoltate della città.


Per diversi anni, negli ultimi tempi, durante il periodo estivo, sulle spiagge familiari dei Lidi ferraresi, ci siamo trovati con Renzo e Marisa a passare le nostre giornate, un po’ pigramente, tra il mare cortese del Lido di Spina, le folle chiassose degli Estensi, i richiami più sapienti delle terre di Ravenna.
L’amicizia di una vita con Alessandro Carri e la sua paziente consorte Mafalda era all’origine di queste occasioni, che permettevano a Renzo di coniugare la sua nota passione per il mare con i tempi più dilatati della lettura e della riflessione e con belle serate di buona cucina.
Ho potuto conoscere così, ancora più da vicino, una persona, prima ancora che un uomo politico, che non si stancava mai di informarsi, di esprimere le proprie idee, di confrontarsi anche con le posizioni più lontane.
Senza dubbio mosso da profonde proprie convinzioni, Renzo ha mantenuto un rapporto sempre fermo con il partito popolare di massa, anche dopo le traversie seguite alla fine del PCI. Comprendeva certe debolezze degli ultimi passaggi, ma rifuggiva da ogni tentativo di separazione da una storia che voleva vivere fino in fondo.
Ripercorrere l’esperienza politica e amministrativa di Renzo Bonazzi sarà un impegno a cui la ricerca dei prossimi anni non potrà certo sottrarsi.
In questa sede mi piacerebbe segnalare un passaggio di questo lungo itinerario, che ritengo abbia avuto un significato particolare in un uomo politico che, sin dai primi anni Cinquanta, è chiamato a svolgere un’importante funzione pubblica.
Mi riferisco alla stagione dei nuovi movimenti, dal ’68 ai primi anni Settanta, caratterizzata da una profonda ansia di cambiamento che attraversa la società, le culture, le istituzioni.
Com’è noto, proprio Bonazzi finirà per rappresentare simbolicamente la speranza di un rinnovamento, facendo di Reggio un centro di straordinaria vitalità, ben presto oggetto di interesse nazionale e internazionale. Una stagione felice, sia pure tra tante contraddizioni, che consentì alla nostra città di scoprirsi capace di investimenti sul futuro e di uscire da una dimensione un po’ angusta di piccola provincia.
Lo stesso Bonazzi ne ha parlato in un suo preziosissimo saggio realizzato per l’Istituto Banfi [1] e ora quegli anni hanno trovato un primo pregevole inquadramento storico, pur con qualche imprecisione e incompletezza, in un recente lavoro di Antonio Tricomi [2].
Nelle tante conversazioni estive non di rado tornavamo a parlare di quegli anni e di ciò che avevano lasciato in noi.
Quanto contasse questo riferimento culturale e politico l’ho potuto constatare anche nel corso di una lunga intervista che ho avuto la possibilità di realizzare con Renzo, in preparazione di una pubblicazione sui sindaci del dopoguerra, dal 1945 al 1976. Buona parte di quel dialogo, che si fece ben presto fitto ed intenso, è rintracciabile in quel testo, il cui carattere stringato e divulgativo tuttavia non ha consentito di riprendere integralmente quanto registrato [3].
Ecco perché, in segno di omaggio e di affettuoso ricordo, mi piace riportare in questa sede un brano di quella intervista, dedicato al ’68.
Si tratta di rapidi pennellate, con le quali Renzo voleva trasmettermi certo qualcosa di più di semplici informazioni su una stagione irripetibile. Come se parlarne, in un caldo pomeriggio estivo lontano nel tempo, potesse comunque consentirci di respirare quel clima.
E la tradizionale lucida razionalità dell’argomentare a volte complesso di Renzo, sembrava rivestirsi di una imprevista leggerezza.

 

Intervista a Renzo Bonazzi
Lido di Spina, agosto 2008

Come parleresti del ’68 a Reggio Emilia? Come presenteresti Reggio e le sue varie anime?
Dovrei parlare in primo luogo di quanto avvenne nelle scuole, anche se in modo un po’ ritardato rispetto al contesto nazionale. Si cominciava davvero a respirare un’aria nuova, il cui segno distintivo mi sembrava la forte denuncia dell’autoritarismo in tutte le sue forme. L’educazione, la cultura più tradizionale, le diverse espressioni artistiche, la cultura scientifica: nulla sembrava sfuggire agli interrogativi che mettevano in crisi gli antichi paradigmi. Anche l’esperienza che prendeva forma nelle nostre scuole materne poteva in qualche modo risentire di quel clima. Così si aprirono nuovi spiragli per nuove esperienze. Non sapevamo bene forse la direzione su cui stavamo procedendo, ma sentivamo che tutto era finalmente in movimento.
La mia impressione proprio su Reggio è che avvertivamo un fervore che aveva radici lontane e sofferte: le giornate del ’60. Dopo quella nuova «rivolta democratica», prevalentemente giovanile, con tutto ciò che seguì, finalmente in noi si faceva largo un convincimento: la stagione dell’egemonia centrista poteva dirsi esaurita. Nuove generazioni si affacciavano all’impegno politico, nei movimenti giovanili, nelle proteste operaie, nelle sperimentazioni culturali. Si poteva guardare con più fiducia all’appuntamento di un consolidamento e di una qualificazione del nostro sistema democratico. Poi molte spinte vennero assorbite, altre si spensero, ma nulla fu uguale a prima.


Vorresti citare qualche episodio memorabile?

Mi piace ricordare il rapporto con gli studenti. Quando mi capitava, ed era già una grande novità, di parlare con loro della politica, della amministrazione, del ruolo centrale di un Comune, mi sembrava di vivere in un altro mondo rispetto a quello tradizionale dei Consigli comunali. Quando penso al ’68, penso soprattutto alle assemblee con i giovani, a Dario Fo che si diverte a provocare la cultura «alta», ma richiedendo una attenzione più profonda allo stesso gesto teatrale, al Living che si ferma a Reggio, scandalizzando i benpensanti, ma dimostrando nei fatti la vitalità di un teatro che si fa nel mondo reale, che diventa mondo reale, e ti interroga. Penso al pubblico che protesta anche per le tante sperimentazioni e a quello invece che in esse trova un nuovo alimento. Penso ai muri che cadono, alle celle reali e metaforiche che si aprono. Quando penso al ’68, penso alla domanda di libertà che in esso si esprimeva. E alle risposte non sempre adeguate della politica.

Ma la città era divisa?

Senza dubbio. Una città divisa nettamente in due.
Da una parte un’anima resistente ad ogni minimo cambiamento, specie nelle relazioni sociali. L’espressione di questa anima era rappresentata dal più importante imprenditore reggiano, Achille Maramotti, con il quale il conflitto raggiunse toni aspri per la sua pervicacia nel non voler riconoscere il sindacato e il suo ruolo autonomo. Si arrivò addirittura alla presenza del Sindaco in fabbrica in appoggio ad alcune sacrosante richieste dei lavoratori sui metodi e i tempi del lavoro. Dall’altra un’anima sperimentale che, anche tra tante ingenuità, ci chiedeva di procedere con coraggio sulla strada intrapresa.
Ricordo una grande cena con Rafael Alberti, che, sulla collina della Fola, ci invitava alla fantasia e alla creatività. Ci lasciò, tra gli altri ricordi, disegni di fiocchi di neve, nei quali si potevano leggere mille mondi diversi.
Comunque, anche nei contrasti, Reggio era una città viva, tesa al cambiamento, desiderosa di misurarsi con il futuro. Forse c’era qualcosa in tutto questo che poteva assomigliare ad una forzatura «illuministica». Alcuni me lo hanno sempre rimproverato. Poche strade e troppa cultura, mi si diceva in qualche assemblea. Replicavo che non c’è miglior strada della ricerca e della cultura perché una comunità possa sentirsi vitale e non ripiegata su se stessa.


Quanto alla cultura e al ruolo del Comune?

Dovrei parlarti in primo luogo di uomini, di persone che davvero ci hanno cambiato. Inutile ricordarti il ruolo di Loris Malaguzzi, che dimostrò la possibilità di lavorare per rinnovare i rapporti con l’infanzia, con una educazione libera e rispettosa dei mille linguaggi con cui entriamo in contatto sin dalle prime esperienze di vita. Penso a Campos Venuti e Piacentini in materia di pianificazione urbanistica. Penso a giovani intellettuali che cercammo con pazienza per dare volti nuovi e futuro dignitoso alle nostre più consolidate istituzioni, come Giancarlo Ambrosetti e Armando Gentilucci. Un investimento che si rivelò particolarmente felice, nonostante le tante diffidenze iniziali. Penso a personaggi straordinari nella poesia, nell’arte e nella musica, come Corrado Costa, come il suo amico Spatola, come Luigi Pestalozza, con il quale prese il via l’esperienza di Musica e Realtà. Indimenticabili i concerti di quelli che diventeranno i protagonisti assoluti della musica italiana, come Claudio Abbado o Maurizio Pollini, nei quartieri, nelle fabbriche, nei teatri aperti a un nuovo pubblico. Penso alla sfida di affidare la direzione del Teatro pubblico ad una persona determinata ma lontana dai tradizionali circoli intellettuali, come Guido Zannoni. E fu il decollo del Municipale.
Una felice congiuntura: persone diverse, ma spinte da un non comune dinamismo e capaci di rovesciare in un attimo, in improvvise accelerazioni, le più pigre consuetudini.
Non sono mancate incomprensioni, ma la città cresceva. Grazie alle nuove e alle «antiche generazioni», quelle che non temevano di sbagliare.
Chi dovrà occuparsi di quegli anni a queste persone, come a molte altre che qui non ho il tempo di ricordare, dovrà dedicare attenzione e rispetto.


[1] R. Bonazzi, Le iniziative degli Enti locali a Reggio Emilia negli anni Sessanta e la nascita dell’Istituto Banfi, in Istituto Antonio Banfi, Annali 2, 1988. 

[2] A. Tricomi, Cultura e politiche culturali a Reggio e in Emilia, L. Baldissara (a cura di), Tempi di conflitti, tempi di crisi. Contesti e pratiche del conflitto sociale a Reggio Emilia nei «lunghi anni settanta», l’Ancora, Napoli-Roma 2008
[3] L. Capitani, Da Campioli a Bonazzi: la sfida del governo, l’avventura del cambiamento. Appunti per un nuovo racconto delle vicende politiche e amministrative del Comune di Reggio Emilia (1945-1976), in AA.VV, Sindaco una scelta di vita. Città e sindaci della provincia di Reggio Emilia dal 1945 al 1975, Progetto Editoriale Giuliana Lusuardi, Correggio 2009.

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