PERCHE' SENTIERI?

di Adriana Muncinelli
Istituto Storico della Resistenza Cuneo
dal Convegno “La storia lungo il cammino”, Verzuolo 2005

(…)
La scelta di utilizzare i luoghi come strumento per “fare storia” non è operazione folkloristica o di divertimento che parte dalla storia come pretesto, magari forzandola a fini spettacolar-turistici, non è cioè “giocare alla storia” ma si propone come obiettivo una divulgazione scientificamente corretta.
Il luogo geografico è sempre e comunque una delle fonti storiche di un evento e tanto più significativa quanto più quell’evento non solo lì è nato, ma lì si è ampiamente sviluppato, dalla configurazione dei luoghi ha tratto la sua origine e la sua logica. Nel caso della Resistenza poi, ma anche nella ricerca di rifugio da parte degli ebrei in fuga, e nella logica di fortificazioni della guerra, mai avvenimenti della storia nazionale sono stati così strettamente legati alla geografia fisica dei luoghi in cui si sono svolti.
Immergersi nei luoghi “casa” dell’evento che vogliamo conoscere significa quindi utilizzare una delle fonti dell’evento che vogliamo studiare. Ovviamente, come per ogni fonte, anche questa non può essere utilizzata isolatamente dalle altre, ma confrontata con quanto dicono le altre fonti: testimonianze, memoriali, diari, lettere, documenti di archivio, fonti iconografiche, saggi etc…
Come per ogni fonte la sua interpretazione deve rispettare determinate regole. Naturalmente il luogo può essere utilizzato come fonte a condizione che sia ancora leggibile e maneggiabile, esattamente come qualsiasi altro documento.
Il luogo è in ogni caso fonte irrinunciabile per avere la percezione esatta delle durate dell’atmosfera, della fatica, delle distanze reali affrontate all’epoca dello svolgimento dei fatti, delle visuali, dello svolgersi materiale delle vicende narrate dai testimoni. Di qui l’importanza di percorrerli il più possibile con i mezzi che si avevano allora realmente a disposizione: le gambe, la bicicletta.
Quindi, lo storico che intende scendere sul territorio alla ricerca di questa fonte, non esce dai confini del suo mestiere, non fa “altro”, non è un originale. Del resto, già Braudel (La Méditerranée et le monde méditerranéen), paragonava in modo bonariamente critico lo storico accademico che non esce mai dal suo studio al turista prudente che invece di salire sulle montagne rimane inchiodato alla pianura e si limita a contemplarle e a descriverle da lontano.
Stiamo vivendo un momento cruciale rispetto agli avvenimenti fascismo-nazismo-persecuzione razziale-seconda guerra mondiale-Resistenza: il passaggio obbligato dalle memorie alla storia. Le memorie di quegli eventi si chiudono. I testimoni stanno scomparendo. Tra breve non avremo altre memorie che quelle che in questi anni abbiamo raccolto, registrato, trascritto. Tutto passerà nelle mani della comunicazione storica. Occorre quindi che la comunicazione storica si attrezzi il più possibile per surrogare in qualche modo il formidabile apporto che in questi anni le è venuto dai testimoni diretti, non solo in termini di testimonianze, che quelle sono comunque in buona parte state acquisite, ma soprattutto in termini di concretezza delle nozioni storiche ed anche di quella partecipazione emotiva che sempre scaturisce dal colloquio diretto con un protagonista.
Noi crediamo che i luoghi, testimoni di quegli avvenimenti, resi parlanti da una rete comunicativa che li trasformi in museo sul territorio, possano in qualche modo, se non certo sostituire i testimoni, tuttavia rendere più concreta la storia, tangibile sensorialmente esattamente come avveniva con il contatto con loro.
I luoghi resi parlanti sono, come diceva Pierre Nora, una delle occasioni per l’attivarsi della memoria: “Les lieux de mémoire ne sont pas ce dont on se souvient, mais là où la mémoire travaille.”
Allontanare nel tempo l’estinguersi della memoria fornendole molteplici occasioni per attivarsi è lo scopo che ci prefiggiamo.
Un’altra motivazione che spinge chi si occupa di storia a percorrere i luoghi è che i luoghi sembrano essere uno strumento utile per comunicare storia, divulgarla.
Qui in gioco non è più tanto o soltanto il mestiere del ricercatore e scrittore di storia, ma quello del comunicatore, di insegnante in senso lato, di storia.
Assistiamo alla mancanza di una base consolidata e diffusa di conoscenze storiche nel nostro paese, nonostante i tanti ed importanti lavori di ricerca che sono stati fatti e si fanno su questi argomenti, una mancanza di conoscenze i cui danni sul piano della vita civile sono evidenti in modo particolare per quanto concerne le minime comuni consapevolezze che ogni cittadino italiano/europeo dovrebbe possedere per riconoscere le radici delle regole della società in cui vive, dei suoi problemi, dei suoi rischi.
Allora abbiamo voluto provare ad utilizzare i luoghi per
a) intercettare l’utenza che non c’è, portando la storia per strada, anche perché è lì che passa, nel tempo del suo lavoro o del suo riposo, la “gente” , la maggior parte della quale non legge i libri di storia, non sa nemmeno che cosa è un archivio, a cui la storia sembra non interessare. Salvo poi appassionarsene quando essa viene proposta p.es. sotto forma di feuilleton televisivo. Andando nei luoghi, segnalandone la valenza storica, attirando l’attenzione su questa valenza, noi vorremmo far “inciampare” questo tipo di persone nella storia. Farli imbattere in un’informazione minima di base sui fatti. Può darsi che si fermino a questo, può darsi invece che si incuriosiscano e vogliano sapere qualcosa di più.
b) Poi c’è l’utenza “cercata”, promossa attraverso proposte di percorsi guidati ed è da un lato quella scolastica - rispetto alle scuole ci proponiamo come una chance aggiuntiva rispetto al normale lavoro scolastico, per quanto concerne gli specifici temi - e dall’altro quella più generale del turismo culturale.
La sfida è di riuscire a far passare una comunicazione semplice ma non semplicistica, essenziale, che punti nei suoi approfondimenti, a dar coscienza delle complessità, delle ambiguità, delle sfumature della storia e che si proponga come fine di conoscere per migliorare: non per coltivare rancori, né per costruire inopportune postume riconciliazioni, ma per dare coscienza che non dovrà avvenire “mai più” e comunicare la responsabilità di ognuno di costruire un futuro comune di pace. Lo storico “con le pedule” dunque va in giro per i luoghi, ritrova sul terreno le coordinate geografiche dei racconti dei testimoni e delle ricostruzioni dei saggi storici, scopre il nuovo sapore che anche documenti d’archivio che già conosceva possono se riletti “in loco ”, ma a questo punto non può fare a meno di uscire dagli stretti confini del suo mestiere per incontrarsi e collaborare quanti operano sullo stesso territorio: gli abitanti, gli amministratori locali, le associazioni che a vario titolo questo territorio tutelano o mirano a sviluppare.
Portare la storia per strada significa quindi, farsi carico di questa fatica anomala per chi normalmente sta a tavolino a leggere e scrivere, perché questo implica normalmente il suo mestiere. Per porre cartelli, per segnalare un itinerario, per proporne la visita alle scuole, al turismo culturale, è necessaria questa relazione. A volte immediatamente in sintonia, a volte faticosa, a volte impossibile. Però bisogna sapere che significa questo: se non si è disponibili ad uscire dai confini del proprio mestiere per rapportarsi con il territorio non si può attivare questo procedimento. (…)

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