Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Reggio Emilia
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Storia di Reggio Emilia
in breve
Se le tracce dei primi insediamenti umani nel territorio della provincia di Reggio datano al Paleolitico e testimoniano successive e consistenti influenze etrusche e gallo-celtiche, piuttosto controversa rimane, invece, una eventuale origine prelatina della città. A corredo di tale ipotesi qualcuno fa risalire il toponimo Regium alla fondazione del centro da parte di un gruppo di Regiates di origine ligure, venuti da Velleia al tempo della prima dominazione romana. Altri sostengono invece una derivazione da Rigion o Region, luogo di adunanza o di mercato, nella lingua dei Celti.
In entrambi i casi, il nome corrisponderebbe al latino forum. Recenti rinvenimenti archeologici testimoniano dell'esistenza, ai margini dell'attuale centro urbano, di villaggi risalenti alla tarda età del bronzo, il più importante dei quali terramara della Montata, a San Pellegrino ha permesso di approfondire la conoscenza degli usi abitativi e funerari dei più antichi residenti del contado reggiano.
I primi coloni romani cominciarono ad arrivare nella zona dal 193 a.C., via via che procedeva la conquista definitiva della intera regione; negli anni in cui Marco Emilio Lepido costruiva l'importante strada consolare che porta ancora oggi il suo nome, dovette sorgere, siamo fra il 182 a.C. e il 174 a.C,  il primitivo nucleo della città.
Dapprima modesto castrum destinato ai rifornimenti e alla sosta delle truppe, Reggio crebbe successivamente, grazie alla propria felice collocazione geografica e alla efficace strutturazione imposta dai romani al territorio circostante, fino a trasformarsi in un importante nodo di transito e di commercio lungo la via Emilia.
Divenuta da accampamento città, dotata di templi e di edifici civili di cui il sottosuolo restituisce spesso frammenti interessanti per qualità e decoro, la Reggio romana dovette presumibilmente occupare il perimetro compreso fra le attuali vie Campo Samarotto e San Girolamo a est, Dante Alighieri e Secchi a nord, Campanini e Guido da Castello a ovest, Ponte Besolario e Campo Marzio a sud.
Vivace e attiva nell'artigianato e nella marcatura, fra le corporazioni di mestiere esistevano quelle dei fabbri, dei cardatori di lana, dei tintori, dei conduttori di muli, dei lavoratori del metallo, del vetro e dell'osso, e dei tessitori di panni vecchi, mentre diverse erano le fornaci che producevano laterizi, la città romana visse il proprio momento di massima floridezza in epoca imperiale, durante il primo e il secondo secolo dopo Cristo. Subito dopo dovette cominciare, presumibilmente, la decadenza: nel 227 una prima ondata di popolazioni barbariche si abbattè sulla regione, distruggendo diversi dei suoi fiorenti centri urbani. Più tardi nelle campagne fra Parma, Reggio e Modena si sarebbero insediati come coloni, dietro concessione imperiale, i Taifali, forse di origine slava, certamente di costumi arretrati e bellicosi.
Fra un'invasione e l'altra infierivano le pestilenze che finivano di spopolare la città e inselvatichivano i coltivi. Nel 387 Ambrogio, vescovo di Milano e futuro santo, così descriveva, in una delle sue lettere alle comunità cristiane dell Emilia, la situazione: "Venendo da Bologna, lasciavi alle spalle Claterna, Bologna stessa, Modena e Reggio (...); alla sinistra, non senza compassione tu vedevi gli incolti luoghi dell'Appennino, meditando fra te stesso con dolore e considerando come fossero già un tempo castelli di popoli assai fiorenti, e poi tanti cadaveri di città semidistrutte".
Nel frattempo anche nel reggiano aveva infatti cominciato a diffondersi il cristianesimo. Se le prime testimonianze archeologiche del radicarsi del nuovo culto è la lapide di Mavarta, ritrovata a S. Ilario d'Enza sotto il sagrato della chiesa dal Chierici, e quella di Rusticus, rinvenuta a Reggio, risalgono al finire del quinto secolo o agli inizi di quello successivo del 451 la prima menzione certa della presenza in città di un vescovo, la serie dei presuli locali doveva essere però cominciata prima. Ma del più illustre di loro, Prospero, destinato a diventare il santo protettore della città, quasi nulla di certo si conosce; eletto forse a metà del quinto secolo, la tradizione gli attribuisce fra gli altri, il miracolo di una nebbia fittissima che avrebbe nascosto il centro urbano alla vista delle orde di Attila, sottraendolo così alla distruzione.
Di sicuro, invece, la figura del vescovo, erede di alcune delle prerogative dei magistrati romani, andava assumendo in città, nella grande incertezza del momento, un ruolo centrale riguardo anche alla vita civile. Sarà infatti uno di loro, Pietro, ad ottenere dall'imperatore Ludovico nel 900 la concessione formale di costruire un castello e una muraglia potente a difesa della città. Ma prima sarebbero passati  durante gli unici secoli del medioevo che è lecito definire buii per il naufragio di ogni testimonianza al riguardo  Alarico e le sue torme, gli Eruli di Odoacre, i Coti di Teodorico e nel 526 i Bizantini. La potestà di Giustiniano era destinata a durare solo fino al 568, al momento in cui sopravvennero i Longobardi; dopo la conquista, la città, ridotta ad un nucleo piccolissimo, avrebbe assunto la funzione preminente di centro fortificato, mentre i resti dell'abitato romano, il circuitus civitatis, rimanevano tutt'intorno a testimoniare una decadenza che sembrava irreversibile. Dei due secoli di denominazione longobarda quasi nulla si conosce; ma una loro chiesa, dedicata a S. Michele, dovette essere edificata  nei pressi del luogo in cui più tardi sarebbe sorta la Cattedrale, fra la fine del settimo secolo e l'inizio di quello successivo.
La calata dei Franchi nel 773 avrebbe, com'è noto, riportato la guerra nella penisola; occupata la città dagli uomini di Carlo Magno, venne allora costituito il comitato reggiano, i cui confini coincidevano grosso modo con quelli della diocesi. E a quell'epoca datano alcune delle più antiche carte custodite dagli archivi cittadini, che documentano le concessioni del re dei Franchi e futuro imperatore alla chiesa reggiana nella primavera del 781.
Se il sistema feudale che i carolingi cominciavano ad instaurare introduceva di nuovo nella vita civile, dopo secoli di confusione, qualche parvenza di diritto, l'ultima, terribile invasione straniera si sarebbe abbattuta sulla regione nell' 889, quando gli Ungari avrebbero sistematicamente devastato i centri abitati posti lungo la via Emilia. A Reggio sarebbero stati distrutti il monastero di S. Tommaso e forse la primitiva chiesa di S. Prospero fuori dalle mura; lo stesso vescovo Azzo sarebbe stato ucciso.
Il clima di insicurezza che ne derivò avrebbe comportato la fuga della gente di pianura verso i rifugi più sicuri sulle colline, dando inizio al medioevo dei castelli; e anche la città, grazie a Pietro, il successore di Azzo, avrebbe avuto il suo robusto sistema di difesa. Dentro al piccolo ma munitissimo castello del vescovo si calcola che il suo perimetro, allineato a nord con la via Emilia, coincidesse grosso modo con l'odierno sistema delle due piazze principali andava intanto completandosi la fabbricazione della cattedrale dedicata a S. Maria; sul finire del secolo, nel 997, terminava invece la costruzione della nuova chiesa intitolata a San Prospero, detta infatti "di castello".
Mentre in città il potere episcopale riceveva importanti sanzioni  l'imperatore Ottone I'avrebbe concesso al vescovo Ermenaldo l'autorità comitale, e Corrado II, nel 1027, avrebbe nominato un altro presule, Teuzone, messo imperiale, nel contado cresceva rapidamente la fortuna dei Canossa, i cui domini si sarebbero infine estesi da Mantova alla Toscana. Alla morte della gran contessa Matilde il cui ruolo, al tempo della lotta per le investiture, sarebbe stato determinante per il destino politico d'Europa  in città si affermavano le prime forme di un autonomo governo comunale, e il centro della vita civile tornava a trasferirsi a valle.
Al 1130 risale la prima notizia certa dell'esistenza di una magistratura municipale: i due consoli, destinati ad affiancare l'autorità del vescovo sarebbero ben presto aumentati di numero, mentre le famiglie della più antica nobiltà feudale, lasciati i castelli del contado, occupavano pian piano il centro urbano, creando i presupposti della forte conflittualità che presto avrebbe caratterizzato la vita cittadina.
Intanto il comune reggiano estendeva la propria autorità sul territorio circostante e partecipava alla Dieta di Roncaglia e alla Lega Lombarda, inviando propri delegati alla stipula della pace di Costanza nel 1183. Sei anni più tardi anche il vescovo giurava fedeltà al comune, a nome degli uomini sottoposti alla propria giurisdizione: se le sue funzioni di governo ne uscivano fortemente ridimensionate, la sua autorità sprituale non ne avrebbe risentito.
Ma il Duecento si annunciava con una guerra civile dei nobili, detti Scopazzati, contro i popolani, chiamati Mazzaperlini, preludio alle continue battaglie fra le fazioni che avrebbero insanguinato la città durante il secolo, ad opera delle potenti famiglie dei Fogliani, dei Sessi, dei Manfredi o dei Malapresi, i quali di volta in volta si facevano chiamare Guelfi e Ghibellini o Superiori e Inferiori. Nel 1290 Reggio, logorata dagli scontri interni e dai conflitti con le città vicine, passava sotto la signoria di Obizzo d'Este, segnalatosi ben presto per le sue feroci rappresaglie.
Non era che l'inizio: liberatisi degli Este nel 1306, il 27 gennaio, giorno di S. Grisostomo, annoverato da allora fra i patroni della città, i reggiani avrebbero subito in rapida successione la dominazione di Ghiberto da Correggio, del papa Giovanni XXII (dal 1326 al 1328), dei Fogliani e dei Gonzaga. I signori di Mantova si distinsero per la loro durezza e per avere contribuito in modo determinante a modificare l'impianto urbanistico di una parte della città, è raccolta, dalla fine del Xll secolo, entro l'esagono della nuova città muraria, con la costruzione della Cittadella. Neanche la signoria dei Gonzaga si annunciava però come definitiva, mentre la città sopravviveva come poteva alle epidemie del secolo, alle continue congiure dei nobili fuoriusciti e ai saccheggi da parte delle compagnie di ventura.
Nel 1371 Reggio veniva venduta per 50.000 fiorni d'oro da Feltrino Gonzaga a Barnabè Visconti, seguendo fino al 1402 le sorti della Vipera, comprese naturalmente le continue campagne di guerra dei signori di Milano.
Il nuovo secolo si apriva con una dominazione ancora diversa, quella del parmense Ottobono Terzi; ma nel 1409 Reggio tornava, e questa volta definitivamente, nell'orbita degli Este, che l'avrebbero tenuta, salvo brevi interruzioni, fino all'unità d'ltalia.
Cominciava così un periodo di pace e di lenta ripresa, mentre a Reggio si alternavano i governatori, il più illustre dei quali, Matteo Maria Boiardo, in carica dal 1487 al 1494, sarebbe salito in fama per i suoi meriti letterari piuttosto che per quelli amministrativi.
Un altro governatore di gran rinomanza, lo storico Francesco Guicciardini, avrebbe tenuto invece la città dal 1517 al 1523, durante la breve parentesi della dominazione pontificia, fino al ritorno di Alfonso I d'Este. Anche Reggio avrebbe vissuto allora la propria stagione rinascimentale, grazie al consolidarsi di più favorevoli congiunture economiche.
Agli inizi del '500 Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara, Modena e Reggio, aveva patrocinato personalmente l'introduzione in città dell'arte della seta, destinata, nel corso del secolo, a trasformarsi in una forte occasione di arricchimento.
Questa generale condizione di benessere e di floridezza del mercato avrebbe influito sullo sviluppo delle arti e delle lettere  nel 1474 era nato in cittadella Ludovico Ariosto, ma questi sono anche gli anni del Correggio e di Lelio Orsi, degli scultori Bartolomeo Spani e Prospero Sogari detto il Clemente, dell' economista Gasparo Scaruffi  e avrebbe prodotto un'autentica rinascita edilizia, patrocinata fra gli altri da Filippo Zoboli, vescovo di Comacchio, ed animata dall'architetto Antonio Casotti.
Questa specie di età dell'oro avrebbe avuto, come nel resto del paese, una vita effimera. Già il primo trentennio del XVII secolo sarebbe stato caratterizzato da una grave crisi economica e dalla peste; intanto Reggio, divenuta  con la perdita di Ferrara da parte degli Estensi e il trasferimento della capitale a Modena, la seconda città di un ducato fortemente ridotto d'importanza, iniziava la parabola alterna della decadenza e dei brevi periodi di ripresa, caratterizzata dal crescere dello scontento e dei rancori municipali.
Unica occasione di prestigio e centro della vita economica dell'intero territorio restava la fiera di maggio, istituita in onore della Beata Vergine della Ghiara è il primo miracolo era avvenuto nel 1596 al culto della quale era dedicato il grandioso tempio in ricostruzione dal 1597.
Nel 1655 Reggio avrebbe subito un memorabile assedio da parte degli spagnoli, seguendo, una guerra dopo l'altra, un cambiamento d'alleanza dopo l'altro, le oscillanti fortune del ducato.
Alla energica e oculata amministrazione della duchessa Laura Martinozzi, vedova di Alfonso d'Este, fece seguito, alla fine del secolo, un altro periodo di relativa tranquillità. Gli abitanti di Reggio, già decimati dalla peste del 1630 che aveva provocato la morte di 4.000 persone, tornavano ad essere oltre 15.000 nel 1695, mentre la città si arricchiva di scenografici edifici di culto secondo la moda del tempo.
Ma la prima metà del Settecento, travagliata, com'è noto, dalle guerre europee di successione, avrebbe riportato su tutto il territorio provinciale gli scontri, gli assedi, i passaggi di truppe e la miseria, mentre l'autorità ducale si faceva sentire o attraverso nuove gravezze per i sudditi o tramite i proclami di fuga dei sovrani. Dopo la pace di Acquisgrana del 1748, nessun combattimento avrebbe più interessato il territorio reggiano fino all'avvento di Napoleone; ma neppure la tardiva campagna di riforme promossa da Francesco III sarebbe servita a risollevare le sorti della città. Nella quale prima che il duca ne sopprimesse l'università, fiorivano gli studi scientifici ad opera di Lazzaro Spallanzani, Bonaventura Corti o di Antonio Vallisneri, i gabellieri si arricchivano e fra l'aristocrazia e la borghesia illuminate serpeggiavano quei germi di inquietudine che avrebbero, sul finire del secolo, acceso la miccia della rivoluzione.
In una città che nel 1785 contava 17.000 abitanti ma quasi 5.000 poveri, gli echi della Rivoluzione francese non tardarono a lasciare tracce, nonostante gli ultimi provvedimenti del Duca Ercole III tentassero di proporre aperture ad una società ed un'economia progressivamente sempre più bloccate. I primi segni di ribellione si ebbero già nel 1791 quando, col pretesto di una stagione teatrale infelice, i reggiani si sollevarono per la prima volta in tumulti. Era la prefigurazione di quanto sarebbe maturato con l'arrivo dei francesi nei primi mesi del 1796. Fuggito il Duca, insediato un Consiglio di reggenza, i nobili democratici reggiani (Antonio Re, Antonio Gabbi, Giovanni Paradisi) spinsero subito per ottenere i privilegi riservati alla città giù dal 1409, puntando ad una autonomia amministrativa incoraggiata da Napoleone in persona col quale i reggiani avevano già avviato contatti. L'estate fece maturare le tensioni con il potere provvisorio: il 20 agosto una rissa in città degenerò in nuovi tumulti di più ampie proporzioni che portarono all'assunzione del potere direttamente da parte del Senato della città. Nella notte fra il 25 e 26 agosto i reggiani innalzarono in Piazza Grande (attuale Piazza Parampolini) l'albero della libertà e apparvero ovunque le insegne della "Repubblica Reggiana". Nell'ottobre poi, con l'apertura del ghetto ebraico prima e con lo scontro di Montechiarugolo poi, dove la Guardia civica reggiana si scontrò con 150 austriaci sbandati, riuscendone vincitrice, si completava la transizione verso un nuovo assetto istituzionale. L'episodio stesso, enfatizzato abilmente dagli stessi francesi (Napoleone fece dono alla città del bottino bellico e di una bandiera francese) e ricordato dal Foscolo nella sua Oda a Bonaparte liberatore, segna l'apertura di una nuova fase con la creazione della Repubblica Cispadana (formata dalle città di Reggio, Modena, Bologna e Ferrara) che riunì la propria Assemblea propria a Reggio dal 27 dicembre. Nella seduta del 7 gennaio il deputato di Lugo Giuseppe Compagnoni propose l'adozione del Tricolore bianco-rosso-verde (a bande orizzontali) come insegna dello repubblica "una, indivisibile e indipendente".

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