Istoreco : Appuntamento con la Storia

Diario di bordo - Viaggio della Memoria ad Auschwitz e Cracovia

Terzo Turno 27 febbraio - 3 marzo 2012

 

-- Venerdí 2 marzo -- Commemorazione presso il Krematorio IV

 

 

Primo Levi scrive che “il linguaggio di tutti i giorni è adatto a descrivere le cose di tutti i giorni, ma questo è un altro mondo, qui ci vorrebbe un linguaggio “dell’altro mondo”, un linguaggio nato qui”.

Una delle domande che potrebbero porci una volta tornati a casa è in cosa siamo diversi rispetto a quando siamo partiti.

Siamo diventati dei testimoni.

La voce per ognuna di quelle persone, anime e cuori, che persero tutto prima ancora di morire: quando invece di sentire il proprio nome gli veniva urlato contro un numero; quando caduti a terra, non trovavano una mano ad aiutarli ma un pugno pronto a colpirli.

Non esistono parole che possono raccontare o dare giustizia alla memoria di chi ha vissuto il vero inferno, quello costruito dagli uomini per altri uomini, nulla può sostituirsi nel trovarsi assordati nel silenzio della terra in cui troppi sono entrati, per non uscirne mai.

Ma il dolore di cui ci siamo dati carico, il dolore che da oggi ci porteremo addosso, sarà la volontà di ricordare tutti gli occhi che abbiamo visto, e la speranza che ogni cuore che uscirà da Auschwitz piangendo sarà un uomo nuovo, incapace di odiare i suoi fratelli.


Daniela Lugli, Anna Marchesi, Elena Chesi, Veronica Penserini, Cattaneo Castelnovo Monti

 

 

 

"Quando sono arrivato in Polonia mi sono vergognato di essere italiano...
ho pensato al concetto di dignità, calpestato in un modo così lurido e vergognoso...
qui uomini e donne hanno preso le armi per resistere, anche noi oggi dobbiamo prendere in mano le nostre armi, la prima è la conoscenza..."

Antonio Ciampà - Tricolore

 

 


Le emozioni sono state forti fin dalla prima vista dei campi di Birkenau e Auschwitz. In un attimo abbiamo rivisto le crudeltà di questi atti, e la nostra mente non sarà mai in grado di comprendere quello che realmente hanno vissuto e provato i deportati. E' impossibile pensare che non avvenga nessun cambiamento nelle nostre personalità e che non ci siano ripercussioni sulla nostra crescita interiore. Se a quel tempo tutto questo era considerato normale dai nazisti, al giorno d'oggi è visto come pura follia. Follia, però, non è un termine che giustifica le atrocità, ma una via di fuga della nostra mente per cercare di dare una spiegazione all'incomprensibile. Risulta ancora oggi impensabile comprendere le disuguaglianze inflitte ai deportati: condizioni disumane, torture e la loro riduzione a Meinshmaterial, ovvero materiale umano. Nonostante queste enormi diversità, il cielo era azzurro o grigio sia per le vittime che per gli oppressori. 

Lorenzo Fontanesi Stefano Martelli Rodica Irimia e 4S Istituto Russell Guastalla

 

 

C'E' UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE di Joyce Lussu

C'è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
"Schulze Monaco"
c'è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c'è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c'è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l'eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono

c'è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole

Giulia Salpi – Cattaneo Castelnovo Monti

 

 


Quando abbiamo visitato questo luogo abbiamo incontrato una splendida giornata di sole. La migliore, ci hanno detto, dei tre turni. Come mai in un luogo dell’orrore come Auschwitz era presente una tale luce? Certamente il clima della Polonia e il terrore di un luogo così tragico richiamano subito alla nostra mente l’ idea di gelo, di neve, di freddo.

Una situazione come una delle ultime sopracitate ci avrebbe indotto più facilmente ad immaginare e in un certo senso anche vivere quasi in modo empatico la situazione dei deportati.

Così non è stato e ci è stata concessa una mattinata di piena primavera. Con la sua presenza il sole ci permetteva di ampliare lo sguardo verso l’estensione chilometrica di un tale luogo di terrore trascinandoci nella nostra interezza verso l’azzurro terso del cielo. 

Con i suoi raggi penetrava le fessure delle baracche e dissipava le ombre. Ci svelava, per così dire, ciò che non poteva assolutamente rimanere nascosto e che per diverso tempo veniva praticato all’oscuro e all’insaputa di molti, di troppi.

E’ la concretezza con il reale qui in questo campo sconcerta e imbarazza. 

Questo sole in questo caso non era di certo sinonimo di spensieratezza o divertimento ma di verità, di invito a sforzarci a mettere in luce ciò che esige di essere posto in piena luce. 

Un’antichissima preghiera ebraica, riportata nel libro del Deuteronomio e recitata tuttora due volte nel corso della giornata riporta alcuni verbi come “ascoltare”, “amare”, “insegnare”, “ripetere ai propri figli” la legge nei confronti di Dio. 

Gli stessi verbi sono stati ripresi poi da Primo Levi nella celebre sua poesia “Se questo è un uomo”, come invito ad applicarli verso l’essere umano. Un impegno e una responsabilità grandi che ci vengono richiesti dunque per vedere e vivere in modo concreto la realtà non secondo quelli che sono i criteri della politica, dei propri interessi che spesso ci fanno comodo ma dell’umanità. 

Francesco Fava – Russell Guastalla

 

 

Sembra sia stato quasi un viaggio nel nulla quello di oggi....

ma non sempre dal nulla non si trova niente

a volte si possono trovare parole o pensieri

o soltanto silenzio che a volte è il miglior 

modo per pensare a tutto questo.

Andrea Cottafavi, Istituto Motti

 

 

 

 

Quando ho visitato Auschwitz mi aspettavo qualcosa di diverso; molto grigio.

Invece mi ha sorpreso, in quel giorno, il sole.

Sembrava che volesse farci abbassare il capo per scostare lo sguardo dalla sua forte luce e costringerci a guardare il terreno, quasi in segno di rispetto verso coloro che hanno vissuto in quel campo e con cui abbiamo condiviso lo stesso cielo. Così facendo non ho potuto fare a meno di concentrarmi sulle foglie.                      

 

Le foglie cadute sono le metafore dei prigionieri.

Esse le rappresentano.

Noi che camminiamo su queste foglie, grazie ai nostri passi, trovano nuovo movimento.

Allora noi portiamo avanti il ricordo delle loro vite, loro vivono in noi e noi in loro.

 

L'acqua è mossa dai nostri passi, le vibrazioni si propagano intorno, fino a colpire anche le foglie più lontane.

In fondo noi colpiamo quelle vite, foglie che si muovono come lo scorrere del tempo.

 

Allora le foglie trovano il loro posto, si fermano, finalmente.

Giulia Perini

 

 

-- Giovedí 1 marzo -- I campi di Auschwitz e Birkenau

 

Le emozioni sono state forti fin dalla prima vista dei campi di Birkenau e Auschwitz. In un attimo abbiamo rivisto le crudeltà di questi atti, e la nostra mente non sarà mai in grado di comprendere quello che realmente hanno vissuto e provato i deportati. E' impossibile pensare che non avvenga nessun cambiamento nelle nostre personalità e che non ci siano ripercussioni sulla nostra crescita interiore. 

Se a quel tempo tutto questo era considerato normale dai nazisti, al giorno d'oggi è visto come pura follia. Follia, però, non è un termine che giustifica le atrocità, ma una via di fuga della nostra mente per cercare di dare una spiegazione all'incomprensibile. Risulta ancora oggi impensabile comprendere le disuguaglianze inflitte ai deportati: condizioni disumane, torture e la loro riduzione a Menschenmaterial, ovvero materiale umano. 

Nonostante queste enormi diversità, il cielo era azzurro o grigio sia per le vittime che per gli oppressori. 

Classe 4S Istituto Russel Guastalla

 

 

Foto di Domenico Bonacini 

 

Quando abbiamo visitato questo luogo abbiamo incontrato una splendida giornata di sole. La migliore, ci hanno detto, dei tre turni. Come mai in un luogo dell’orrore come Auschwitz era presente una tale luce? Certamente il clima della Polonia e il terrore di un luogo così tragico richiamano subito alla nostra mente l’ idea di gelo, di neve, di freddo.

Una situazione come una delle ultime sopracitate ci avrebbe indotto più facilmente ad immaginare e in un certo senso anche vivere quasi in modo empatico la situazione dei deportati.

Così non è stato e ci è stata concessa una mattinata di piena primavera. Con la sua presenza il sole ci permetteva di ampliare lo sguardo verso l’estensione chilometrica di un tale luogo di terrore trascinandoci nella nostra interezza verso l’azzurro terso del cielo. 

Con i suoi raggi penetrava le fessure delle baracche e dissipava le ombre. Ci svelava, per così dire, ciò che non poteva assolutamente rimanere nascosto e che per diverso tempo veniva praticato all’oscuro e all’insaputa di molti, di troppi.

E’ la concretezza con il reale qui in questo campo sconcerta e imbarazza.  

Questo sole in questo caso non era di certo sinonimo di spensieratezza o divertimento ma di verità, di invito a sforzarci a mettere in luce ciò che esige di essere posto in piena luce. 

Un’antichissima preghiera ebraica, riportata nel libro del Deuteronomio e recitata tuttora due volte nel corso della giornata riporta alcuni verbi come “ascoltare”, “amare”, “insegnare”, “ripetere ai propri figli” la legge nei confronti di Dio. 

Gli stessi verbi sono stati ripresi poi da Primo Levi nella celebre sua poesia “Se questo è un uomo”, come invito ad applicarli verso l’essere umano. Un impegno e una responsabilità grandi che ci vengono richiesti dunque per vedere e vivere in modo concreto la realtà non secondo quelli che sono i criteri della politica, dei propri interessi che spesso ci fanno comodo ma dell’umanità.

Francesca Fava

 

 

 

-- Mercoledí 29 febbraio -- Viaggiando verso Cracovia


Vedere.

In realtà non vedere quasi nulla perché quasi nulla è rimasto.

Avere.

Avere tanta rabbia dentro di sé, tanta violenza.

Immaginare.

Immaginare due vecchie piangere, le SS urlare, i bambini smarriti e poi fucilati uno sopra l’ altro, per risparmiare, per usare meno pallottole.

Sentire.

Sentire la radio del vecchio farmacista, sentire quella musica proibita, i vecchi parlare della fine della guerra, vedere i loro occhi e le loro speranze.

Tu dove saresti stata?

Tu avresti resistito?

Per quanto tempo?

Amare.

Amare la libertà che ti concessa.

Camminare.

Con violenza, per vedere quanto puoi resistere, per non pensare, per non vedere quel poco che potresti vedere.

Ricordare.

Io devo.

Sentirlo come imperativo categorico, come ordine, io Devo.

Cercare.

Cercare la casa di Sarah, la casa di Yukel.

Pensare.

Pensare a domani a quello che sarà a come sarai tu, se davvero sarai diversa, impotente, impaurita. 

Cercare.

Cercare gli occhi di Sarah, gli occhi di Yukel.

Vedere la prima morire, il secondo suicidarsi.

Benedetta Valdesalici

 

 

Stasera Cracovia era stupenda, un gioco di luci tra un palazzo e l'altro, immersi nell'oscurità della notte, resi vivi dai lampioni e dalle insegne dei locali disseminati per le vie del centro; la grande piazza del Mercato, completamente sgombra dalla neve – non m'era capitato di vederla in queste condizioni -. Si poteva vedere una briosità sorprendente per un mercoledì sera, ragazzi ovunque e quell'aria tersa e fresca che stravolge qualsiasi idea classica della città; l'impressione di una città libera e viva, nonché vissuta. 

Pensandoci mi sorge spontaneo collegare queste considerazioni al nostro viaggio: come la guerra in generale, e nel nostro caso la seconda Guerra Mondiale, il delirio nazista, abbia potuto tentare, in un certo senso, la completa eliminazione della cultura. Pace significa sapere, progresso, fioritura delle arti e la guerra cancella ogni cosa, cancella l'uomo, ed il nazismo ha fatto proprio questo, alla lettera: ha provato a cancellare fisicamente gli ebrei e la loro cultura, ma non solo, ha tentato di imporre UNA cultura su tutte; anche la cultura polacca, com'è emerso dalle visite in programma, non è stata risparmiata.

Forse confidare troppo nella cultura, porvi troppa fiducia, non è sufficiente a garantire la sicurezza della nostra morale, della nostra umanità, ma di fronte ai bei palazzi ed alla quiete, pensando a bombardamenti, macerie, pallottole, morti e miseria, alla guerra, mi sono chiesto cosa ci spinga a cadere continuamente negli stessi errori, al giorno d'oggi fatti di innumerevoli guerre sparse per il mondo. I ragazzi che hanno partecipato e partecipano fanno una “full immersion” di cultura, perché apprendono e vivono emotivamente la Storia: come detto, forse non è sufficiente ma, senza usare la parola necessario – troppo dura, troppo totalitaria -, credo li aiuterà moltissimo; di fronte a certe situazioni non si può non sentirsi profondamente esseri umani. 

Niccolò Menozzi

 

 

Camminiamo per la piazza del mercato di Cracovia, percorriamo alcune vie, osserviamo i suoi monumenti ed entrando in alcuni negozi. Inizia a nevicare. 

Incontriamo molte persone provenienti da diverse parti del mondo e ci rendiamo sempre più conto di come il nostro pianeta sia piccolo e della ricchezza che ogni persona offra. 

Nell' angolo di una strada vediamo un suonatore di violino, il quale venuto a sapere la nostra provenienza italiana immediatamente ci esegue “Con te partirò”, gli applaudiamo e chiediamo di fare una foto con noi. 

Mi vengono in mente alcuni pensieri di un piccolo libro che ho iniziato a leggere giusto ieri sera dal titolo “Il bambino di Buchenwald” “dal ghetto ai lager nel racconto di un padre”, preso in dotazione per l'occasione. Quest' uomo doveva partire come civile con la propria famiglia da una via di questa storica città proprio il 28 febbraio 1941, giusto 71 anni fa per poi trasferirsi a Lublino dopo la “Selezione Ebrei” iniziata in quello stesso anno. 

Francesco Fava

 

 

‎Nel campo c'era un silenzio tombale, e la pioggia del giorno prima aveva allagato un po' il terreno. L'acqua ferma dei fossi dava una sensazione di morte, invece dai nostri passi nel fango essa sgorgava vivacemente, come a voler dire che noi eravamo vivi, che noi eravamo lì. 

 

A differenza degli altri giorni, oggi c'era il sole. Sembrava che egli stesso volesse farci abbassare il capo per scostare lo sguardo dalla sua forte luce e costringerci a guardare il terreno, quasi in segno di rispetto verso coloro che hanno vissuto in quel campo e con cui abbiamo condiviso lo stesso cielo.

Giulia Perini

 

 

-- Martedì 28 febbraio -- Viaggiando verso Cracovia

 

Sono le due passate della notte. Mi guardo intorno e vedo persone uniche nel loro genere per qualità, capacità.

Guardo fuori dal finestrino e osservo il paesaggio rurale proprio delle nostre campagne. E immagino come tanti deportati, magari provenienti dalle nostre stesse zone di origine, abbiano percorso decenni prima il nostro stesso tragitto in modo molto più doloroso e tragico, osservando gli stessi elementi che in questo momento sono sotto i nostri occhi.

Francesco Fava, Liceo scienze umane Russell

 

 

All'interno della nostra classe, su consiglio della professoressa Monica Giovanardi si è scelto di creare un gruppo di lettura in contemporanea all'attività di compresenza scienze sociali e filosofia. Questa idea nasce dal nostro impegno a voler porre continuità al percorso iniziato dal Viaggio della Memoria.

L'attività che inizierà giovedì 15 marzo consiste in letture individuali di libri a scelta, che verranno poi presentati durante l'incontro pomeridiano tramite brevi frasi inerenti a quest'ultimi; gli argomenti creeranno poi elementi di dibattito e confronto.

Gruppo di lettura classe 4s e 4t, Liceo scienze umane Russell

 

Cracovia - fine febbraio 2012, foto di Benedetta Valdisalici

 









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