Sentieri partigiani 2010

 

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione,

andate nelle montagne dove caddero i partigiani […]

(Piero Calamandrei)

 

 

Sono le undici di mattina, è sabato undici settembre. Sono in un piccolo cimitero di montagna nell'Appennino reggiano, a Ligonchio. Siamo venuti qui per mettere una pianta di edera sulla tomba di due militari russi diventati partigiani nella guerra di liberazione. Il sindaco del paese dice che si sa poco di loro, si conoscono solo i nomi e il distaccamento di cui facevano parte. Ma questo non importa perché è importante quello che rappresentano cioè il sacrificio di gente che ha dato tutto per liberare l'Italia.

Poi il sindaco attacca a cantare con una bella voce bassa, canta Bella ciao”. Io guardo le lapidi spezzate e consumate che ci sono qui attorno. Tra le tombe più vecchie ci cresce un'erba rinfrescata dalle piogge dei giorni passati. Ci sono fiori di montagna, cicoria, cardi e altri fiorellini gialli a forma di stella di cui non so il nome. Lì guardo mentre la canzone dice “e questo è il fiore del partigiano” e capisco che sono questi qui i fiori di cui parla, fiori di montagna, semplici, belli e resistenti. Intanto il coro prosegue e sento che però le parole cambiano e diventano sconosciute, sono parole di un altra lingua. Si, perché nel cimitero di Ligonchio insieme a me ci sono un centinaio di ragazzi dalla Germania, dall'Austria e dalla Svizzera e cantano Bella ciao tradotta in tedesco.

I Sentieri Partigiani sono così, ci sono dei momenti che ti lasciano senza fiato e raccontarli a parole a chi non ci è venuto è molto difficile. Ci sono gli incontri e le facce, le immagini che ti rimangono nella testa anche se non le fermi in una foto. Ci sono le parole belle che poi non si dimenticano ma che non hanno retorica. La retorica è rimasta giù in pianura, parcheggiata con le nostre macchine. E allora il modo migliore per capire è allacciarsi gli scarponi e camminare.

Il pullman riparte e ci fa scendere all'inizio del sentiero, sul Passo Pradarena. Sistemiamo il sacchetto con il pranzo nello zaino e comincia la salita. Camminiamo su per il crinale che va verso il Passo del Cerreto. La strada è lunga e tira un bel vento ma c'è anche il sole che scotta e il cielo è limpido. Siamo tutti in fila sul sentiero e se mi volto a guardare indietro mi sembra di vedere una di quelle belle foto dei partigiani sulle montagne. Solo che qui ci sono i colori e anche le voci e le risate e poi non è inverno, ma la fine dell'estate.

E c'è ancora quella lingua straniera di cui capisco poco o niente. E che se ci penso, è la lingua che ci hanno insegnato in qualche modo a temere, è la lingua dei film di guerra, la lingua dei nemici che serve solo a dare degli ordini. In questi giorni invece è diventata la lingua che traduce le parole commosse dei partigiani e anche la lingua di tutti questi ragazzi venuti da lontano con la voglia di sapere tutto, e di guardare da vicino e di conoscere la gente. È una lingua che non fa più paura.

Poi quando la salita si fa più ripida torna di colpo il silenzio e si sentono solo i rumori dei passi. La guida fa un salto in un cespuglio di mirtilli e punta il dito verso sud e allora tutti vediamo il golfo di La Spezia e l'isola di Palmaria e qualcuno bisbiglia contento “das Meer”.

Arriviamo al Passo del Cerreto dopo una bella discesa ripida in una gola di sassi e ad aspettarci ci sono una fetta di torta al cioccolato e una birra e anche la partigiana Giacomina che non se l'aspettava così tanta gente. Giacomina è stata una staffetta, una ragazzina diventata partigiana dopo aver visto tutti i suoi fratelli partire per la guerra, una donna che già a tredici anni aveva deciso da che parte stare. 

“Io non capivo neanche, forse, il significato di tutta 'sta cosa. Però sapevo che facevo qualcosa contro il fascismo, che sapevo che facevo qualcosa contro chi aveva provocato la guerra, che facevo qualcosa contro chi aveva arrestato dei papà e dei fratelli a delle famiglie che non avevano fatto niente di male […] Io penso che fosse la cosa più naturale, più piccola, che poteva capitare a me dopo avere vissuto quello che ho vissuto”.

In albergo, prima e dopo cena, la chiacchierata continua e non si parla più solo della guerra ma anche dell'Italia di adesso che la fa preoccupare e del mondo che c'è intorno e che nel tempo è così cambiato che si fa fatica a stargli dietro e a capirlo. Allora Giacomina ci chiede curiosa se abbiamo mai scritto una lettera d'amore, noi che siamo così abituati a scrivere email e messaggini con il telefono.

E’ domenica, l'ultimo giorno, siamo ospiti nel giardino di una casa a Succiso. Oggi la strada è stata più difficile, ma poi alla fine del sentiero c'erano ancora le belle facce dei partigiani ad aspettarci e un piatto di pasta al pesto e una bottiglia di vino. Eccoli Volpe, Toni, Tempesta, Mirko. Questi signori dai capelli bianchi che tra di loro si chiamano ancora “ragazzi” e che non hanno dimenticato nemmeno una data o il nome di un compagno. Si parlano addosso l'uno con l'altro e c'è un po' di confusione, ma è una confusione libera e piena di vita. E mi sembra che essere qui a Succiso in una bella domenica di settembre basti a spiegare questi tre giorni di camminate e racconti. Perché è qui il posto dove la vita di montagna si è mescolata all'insensatezza della guerra e del fascismo e l'aria si ferma quando la signora che ci ha regalato il vino racconta di come le hanno ucciso il fratello, ammazzato dai soldati tedeschi senza un motivo. Poi tornano a parlare Mirko e Tempesta e tornano anche le risate e gli applausi. Prima che il sole scenda dietro al monte salutiamo la brigata dai finestrini e il pullman riparte verso Reggio Emilia.

 

Matteo Martignoni

 

 

ALCUNE IMMAGINI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Calendario

 <  ottobre 2014  > 
LuMarMerGioVenSabDom
29 30 01 02 03 04 05
06 07 08 09 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31 1 2
3 4 5 6 7 8 9

Social network

Appuntamenti

 

 

 

 

 

Newsletter

La nostra rivista

Nella Rete









Risorse