Tagli agli Istituti culturali

Osservazioni sul taglio dei contributi alle Istituzioni culturali italiane
Nota di Claudio Dellavalle, vicepresidente Insmli

 

Sandro Bondi, Ministro per i beni e attività culturali

 

 

1.Il testo del decreto sulla finanziaria è approdato in Parlamento con una novità rilevante per quanto riguarda gli Istituti culturali. Minacciati di cancellazione nella versione iniziale Tremonti Calderoli, i contributi a loro assegnati dallo stato vengono messi nelle mani del Ministro Bondi, dove avrebbero dovuto essere per competenza fin dall’inizio. Sono state accolte le critiche del Presidente della Repubblica e le rimostranze dello stesso stesso Ministro Bondi, espresse pubblicamente. Al Ministro l’INSMLI ha mandato un telegramma di apprezzamento per la posizione assunta..
2. In realtà le prerogative restituite al Ministro dei Beni e delle Attività culturali(MIBAC) hanno limiti precisi: la cifra da risparmiare è fissata nel 50 per cento della cifra erogata nel 2009; toccherà al Ministro Bondi tagliare con intelligenza il corpo della cultura. Non l’ uccisione immediata, come previsto, ma la resezione di metà degli organi per vedere se la vittima sopravvive.
3. Dunque la “macelleria culturale”avrà il suo giusto referente, ma sempre “macelleria” sarà. Perché nessuno nei commenti a caldo ha ricordato che la dotazione assegnata agli Istituti culturali negli ultimi anni è stata sottoposta a tagli progressivi. Dunque stiamo parlando di un corpo già debilitato Forse proprio per questo il Ministro Tremonti aveva ritenuto giunto il momento del colpo definitivo. Come è noto all’impresa si era associato con entusiasmo il Ministro della semplificazione Calderoli, che aveva preparato la lista di proscrizione di 232 Istituti (vedi intervista , “Corriere della sera” , 31 maggio 2010).
4. La morte degli Istituti culturali è programmata. Mentre per tutti gli altri settori a cui si chiedono sacrifici in nome dell’Europa ( europeisti di ritorno?) ci si è attestati su un taglio medio “orizzontale” del 10 per cento, per gli Istituti culturali si è andati per le grosse: prima via tutto; poi, dopo le proteste, via il 50 per cento. Il 50 per cento è un taglio come dire, conclusivo. Il partito che ha scelto programmaticamente la vita, nel caso degli Istituti culturali ha scelto la morte.
Da dove viene questa ostilità radicale e totalizzante?
5. Si possono dare due spiegazioni, che probabilmente si intrecciano. La prima spiegazione è di natura politica: gli Istituti culturali sono ricettacoli di intellettuali. Non è il caso di disturbare il Ministro Brunetta per avere definizioni colorite di questa razza che pare si sia sviluppata più facilmente in ambiente di sinistra. Perchè non approfittare dell’occasione? Evidentemente si danno alla cultura significati direttamente partitici con buona pace dei discorsi su autonomia e libertà della cultura. La cultura è un nemico politico? Sembrerebbe di sì se è vero come è vero che vengono penalizzati allo stesso modo Istituti con riferimenti ideali lontani, con storie, percorsi molto diversi, e che proprio per questo nell’insieme costituiscono un patrimonio comune. E’ così difficile pensare gli Istituti come strutture più legate alla società italiana, alla sua storia , alle sue trasformazioni, che non alla dimensione della politica politicante, che, come si sa, è un prodotto altamente instabile delle vicende umane?
6. Una seconda spiegazione è ispirata da una totale incomprensione della funzioni che gli Istituti di cultura svolgono. Sono per definizione parassitari, frutti residuali di concezioni stataliste. Sono per lo più pieni di intellettuali che parlano e scrivono di se stessi, o di argomenti astrusi. Soprattutto non producono profitto. Dunque nel pensiero unico dell’economia globalizzata, sia pure rivisitata dal pessimismo retrò di Tremonti, o nell’esile pensiero dell’identità comunitaria autoreferenziale di Calderoli che cosa contano gli Istituti che si occupano di storia, di filosofia, di personaggi rilevanti, di musica,di arte di scienza e qualcuno anche di economia? Cioè di quelle cose per cui l’immagine dell’Italia nel mondo ha un suo profilo inconfondibile? Un “made in Italy” che dovrebbe essere valorizzato e non scarnificato.
7. Altro discorso dovrebbe farsi per il Ministro Bondi, che stando alle sue stesse dichiarazioni, sembrerebbe consapevole della ricchezza per la società costituita dagli Istituti di cultura. I suoi uffici hanno più volte rilevato l’importanza di questi Istituti con parole non equivoche (vedi il promemoria in calce); hanno collaborato con questi Istituti, hanno prodotto insieme risultati, alcuni dei quali di assoluto rilievo. Alcuni di loro sono un fiore all’occhiello sul piano internazionale; un numero significativo svolge attività che altre strutture culturali come l’Università non possono sviluppare. Il Ministro Bondi sa di cosa si sta parlando; la sua reazione alla marginalizzazione ha avuto come argomento forte il fatto che lui conosce la realtà diversificata degli Istituti culturali che fanno riferimento al suo Ministero. E Tremonti pubblicamente ha riconosciuto “l’errore” di aver sottratto al collega il diritto dovere di occuparsene perché convinto che la Tabella di eliminazione confezionata da Calderoli fosse condivisa.( Bastava una telefonata).
8. In effetti una quota rilevante di questi Istituti sono noti a tutti i Ministri dei Beni e delle Attività culturali e ai loro uffici, alle Direzioni in cui si articola il Ministero. Dal 1996, da quando fu definito per legge quali Istituti avrebbero potuto ottenere il contributo ministeriale in seguito alla rilevanza delle attività svolte dagli Istituti. Gli Istituti che svolgano attività particolarmente significative e che possiedano i requisiti richiesti (strutture, biblioteche, archivi, strumenti di lavoro) vengono collocati in una tabella triennale; gli altri vengono collocati in una tabella annuale. Tutti gli Istituti e con più attenzione quelli che compaiono nella Tabella triennale (erano 121 nel 2009) sono monitorati dagli uffici del MIBAC e devono fornire resoconto delle loro attività e dell’utilizzo delle risorse assegnate.
9. Il Ministro sa che gli Istituti in questi anni difficili hanno riorganizzato il loro modo di funzionare e di essere, anche in conseguenza della legge di privatizzazione (legge Bassanini) attiva dall’inizio del decennio. Il contributo del MIBAC doveva servire ad attenuare l’impatto della privatizzazione per Istituti che per definizione non producono beni o prodotti mercificabili da cui ricavare e reinvestire risorse. Per lo più usano quei pochi soldi di contributo per i bisogni primari: tenere aperte le sedi, pagare alcuni degli oneri di funzionamento, in alcuni casi il personale non di ricerca. Cioè tengono a disposizione della comunità nazionale un patrimonio immenso, che si è sedimentato nel tempo e che può e deve essere valorizzato. Non sono soldi sprecati: per la maggior parte di loro le risorse che lo stato assegna sono la condizione iniziale per poter interagire con la società, con il privato, con il mercato, al quale ci si rivolge attraverso lo strumento del progetto. L’obiettivo degli Istituti è quello primario dello sviluppo della ricerca, in forme autonome e spesso in rapporto con le strutture universitarie o con la collaborazione di universitari, che trovano negli Istituti strutture adeguate ai loro interessi di ricerca. I progetti attivano energie, occupano giovani nella ricerca e nelle attività collaterali di adeguamento degli strumenti di lavoro al mutare dei tempi. Quasi tutti gli Istituti di cultura hanno innovato con le nuove tecnologie gli strumenti della ricerca. Ma la risorsa indubbiamente più importante che viene attivata sono i giovani che si inseriscono nei programmi di ricerca, giovani che altrimenti non avrebbero altre possibilità. I risultati sono quasi sempre di buon livello, a volte splendidi e innovativi. Sono risultati che vengono sottoposti alla valutazione della comunità scientifica e alla critica di chiunque abbia competenze e capacità per confrontarsi. Perché la ricerca è così oppure non è. Perchè è così che cresce la cultura”secondo i principi costituzionalmente riconosciuti di autonomia e libertà”
10. Infine, al di là del risultato scientifico complessivo non va sottovalutata la dimensione economica, ossia la combinazione dei fattori con cui quei risultati vengono raggiunti. Con poco, lo stato ottiene molto. Forse il Ministro Bondi dovrebbe dire al Ministro Tremonti e al Ministro Calderoli che gli Istituti nel complesso sono più efficienti di molte altre strutture dotate di ben altri mezzi. Che gli Istituti mediamente sanno fare un uso virtuoso dei pochi soldi loro assegnati dal suo Ministero. Dovrebbe forse anche dire che per esperienze ormai verificate gli investimenti nel settore cultura producono effetti significativi per l’occupazione e per le ricadute che ne derivano sul piano della società civile oltre che nell’immagine di quell’Europa di cui si vuol tenere gran conto. Gli Istituti di cultura non producono eventi costosi, ma alimentano le strutture con cui si elabora cultura, sperimentano nuove strade offrendo opportunità a giovani e rendendo un servizio alla società che si definisce dell’informazione e della formazione continua. Paesi vicini al nostro favoriscono, non deprimono questa disseminazione di occasioni di formazione e di crescita culturale.
Bisogna anche dire al Ministro Calderoli che non è vero quanto da lui sostenuto in pubblico (vedi intervista citata) che gli elenchi dei 232 Istituti a cui togliere il contributo erano di quegli enti che non avevano redicontato le spese fatte. Nell’elenco da lui predisposto compaiono Istituti che hanno regolarmente soddisfatto le richieste di redicontazione.

Per concludere tre sono le questioni a cui il Ministro Bondi deve dare risposta, a parte la questione pregiudiziale di far valere il concetto che l’idea di cultura è un’idea complessa e che va alimentata con intelligenza, con un mix virtuoso di risorse.
La prima riguarda la necessità di ridiscutere l’entità del taglio del 50 per cento per ragioni di equità rispetto ad altri settori. Perchè alla cultura si chiede un sacrificio che è 5 volte più pesante degli altri settori?
La seconda è: quale vantaggio viene al paese da un taglio così pesante. La cifra complessiva è insignificante ai fini della manovra. Il 50 per cento delle risorse assegnate ai 121 Istituti della Tabella triennale porterebbe a un risparmio di poco più di tre milioni di euro. Uno zero virgola qualcosa rispetto ai 25 miliardi della manovra; un vantaggio irrilevante a fronte di un danno incalcolabile, una ferita di immagine e di identità culturale che avrebbe risonanze internazionali, perché la cultura non ha confini. Ha senso un’operazione di questo genere?
Infine se riduzione ha da essere, deve essere nella misura non superiore a quella attuata per altri settori. In questo caso il Ministro ha tutti gli strumenti a disposizione per valutare la situazione e per compiere delle scelte che non compromettano una risorsa di cui il paese nelle attuali contingenze difficili ha estremo bisogno.

Promemoria
Come promemoria per il Ministro Bondi si riportano la definizione degli Istituti culturali, la funzione sociale loro attribuita e le forme di accesso ai contributi dello stato definiti dalla legge, Definizioni, funzioni e criteri sono stati elaborati dal Ministero di cui il Ministro Bondi è attualmente titolare.
“Gli Istituti culturali rappresentano un settore di particolare rilevanza per la Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali ed il Diritto d’Autore, in virtù della loro importanza quali significativi centri di studio, di approfondimento e di promozione culturale.
Gli Istituti costituiscono centri di ricerca e di promozione culturale e rappresentano elementi essenziali di pluralismo culturale. Essi offrono infatti alla comunità sociale un vero servizio che va sostenuto e valorizzato, assicurando loro la possibilità di operare secondo i principi costituzionalmente riconosciuti dell’autonomia e della libertà.
Il settore è disciplinato dalla legge n. 534 del 17 ottobre 1996 e dalla circolare n. 16 del 4 febbraio 2002, che prevedono requisiti e modalità per l’accesso ai contributi erogati dallo Stato. Per gli istituti che documentino attività di ricerca, elaborazione culturale e formazione di particolare interesse pubblico, ponendo a disposizione per tal fine anche di un patrimonio bibliografico, archivistico, museale, cinematografico, musicale e audiovisivo, le norme prevedono l’inserimento in una tabella valevole per tre anni”

Documentazione sul Decreto legge sulla finanziaria

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